Addio a fratel Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose, in provincia di Biella. È morto all’età di 83 anni, all’ospedale Molinette di Torino. Le sue condizioni si erano aggravate negli ultimi giorni, per uno scompenso renale che lo aveva portato in coma metabolico. Monaco, saggista, biblista, teologo di spessore, aveva fondato la Comunità di Bose nel 1964 per poi lasciarne la guida da priore nel 2017, quando aveva rassegnato le dimissioni pur rimanendo all’interno del monastero. Dopo poco, aveva creato al Albiano d’Ivrea la Casa della Madia, «l’ultimo dono di fratel Enzo alla chiesa e agli uomini», come oggi la definiscono i suoi fratelli.
Punto di riferimento spirituale per intere generazioni, uomo di preghiera e di pace, figura di spicco del post Concilio Vaticano II, Bianchi nato a Castel Boglione, nell’Astigiano, dove si terranno i funerali domani - era apparso l’ultima volta in pubblico il 6 agosto, quando partecipò ai funerali di don Antonio Mazzi, «un amico vero» lo aveva definito - un «santo che dal cielo ci accompagna pregando per noi». Il dialogo ecumenico era il suo cardine, come il dialogo con credenti e non credenti; un pastore capace di costruire ponti tra le Chiese cristiane e di riportare la Sacra Scrittura al centro della vita spirituale di migliaia di persone.
La Comunità di Bose è stata un laboratorio di ecumenismo dove cattolici, ortodossi e protestanti hanno condiviso la stessa vita monastica, anticipando molte delle intuizioni poi maturate nella Chiesa universale. Bianchi non era e non volle essere sacerdote, ma un laico animato dal desiderio di vivere il Vangelo nella radicalità della vita comune. Dal 1965, allora ventenne, tanti uomini e donne lo seguirono, aderendo alla Comunità. Le sue opere - tradotte in decine di lingue - hanno avvicinato generazioni di lettori alla Bibbia con un linguaggio semplice, rigoroso e profondamente umano. Nel 2017 uno dei momenti più dolorosi della sua vita, quando dopo alcune tensioni interne decise di lasciare la guida di Bose. Nel maggio 2020 un decreto della Santa Sede dispose l’allontanamento di Bianchi e di altri membri dalla comunità, ritenendo necessario ristabilire la serenità della vita fraterna. In una delle ultime interviste a Il Giornale, disse: «A 80 anni riparto dalla nuova comunità, vivo ai piedi di montagne meravigliose». Il rapporto con il Papa? «Non si è mai incrinato», commentò. In uno dei suoi libri, Presbiteri per la Chiesa di oggi (Ed. San Paolo, in uscita il 9 settembre) affronta anche il tema del celibato: «Quanta superficialità nell’insistenza e persino nell’enfasi con cui oggi si parla del celibato, dipingendolo come amore esclusivo e totalitario per il Signore, come eroico dono di sé a Dio... No, il celibato può essere compreso solo all’interno del dono di tutta una vita, non della sola sessualità».
La sua morte chiude una stagione preziosa del monachesimo italiano. Il suo ultimo post su X, dove era molto attivo, porta la data del 6 agosto. «Questa è la sessantesima festa della Trasfigurazione che vivo da Monaco: 55 anni a Bose, 2 in solitudine in esilio e 3 alla Madia. La promessa è la trasfigurazione delle nostre povere vite e dei nostri corpi di miseria in corpi di gloria». È l’eredità che lascia fratel Enzo Bianchi.
