Francesca Albanese conquista la copertina di una rivista di moda, ma gli abiti indossati aprono una contraddizione con le campagne di boicottaggio pro-Pal. Come documenta Il Foglio, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati posa per il nuovo numero di Love Magazine con capi di Loro Piana e Celine, due marchi segnalati da alcune piattaforme filo-Gaza che invitano a evitare acquisti da aziende considerate legate a Israele.
Nel servizio fotografico, la Albanese compare davanti a uno sfondo bianco oppure sul bagnasciuga, seguita da un team di professionisti della direzione creativa e dello styling. I nomi delle due maison sono taggati dalla stessa rivista nel post social di presentazione. Entrambe appartengono al gruppo francese del lusso LVMH, finito nel mirino dei portali per alcuni investimenti riconducibili al gruppo e al suo vertice.
Una distinzione è necessaria: LVMH non figura nella lista ufficiale dei bersagli prioritari del movimento BDS, che promuove boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni contro Israele. Loro Piana e Celine sono però segnalate su Boycat, piattaforma che collabora con il movimento e consente agli utenti di verificare i legami dei marchi con attività ritenute lesive dei diritti dei palestinesi.
Secondo quanto ricostruito dal giornale, Boycat richiama l’investimento effettuato nel 2021 da Bernard Arnault e dal miliardario statunitense Howard Schultz nella società israeliana di sicurezza informatica Wiz. I due parteciparono a un round di finanziamento da 120 milioni di dollari, che portò la valutazione dell’azienda a 1,7 miliardi. È su questa base che la piattaforma segnala “problemi etici” per i due marchi e, nel caso di Loro Piana, suggerisce alternative considerate più rispettose dei propri criteri.
Anche Gaza.nu invita a boicottare le due maison perché il proprietario investe in Israele. Un altro portale, The Boycott Directory, richiama invece l’operazione del 2022 con cui LVMH Luxury Ventures partecipò, insieme ad altre aziende, a un round da 90 milioni di dollari nella società israeliana Lusix, specializzata in diamanti coltivati in laboratorio. Il registro attribuisce a questi rapporti finanziari un significato di sostegno all’economia israeliana nel contesto dell’occupazione. Si tratta delle valutazioni del portale, che rivolge al gruppo anche accuse sul terreno ambientale e dei diritti umani.
Il punto riguarda dunque la distanza fra le indicazioni di una parte della galassia del boicottaggio e l’immagine scelta per una delle figure più esposte nella difesa della causa palestinese. I marchi che quelle piattaforme suggeriscono di lasciare sugli scaffali diventano protagonisti del servizio dedicato alla Albanese.
Il materiale riportato non chiarisce chi abbia scelto i capi né se la relatrice fosse a conoscenza delle segnalazioni. Non documenta neppure un suo impegno personale a boicottare le due maison. Resta però una questione di coerenza pubblica: per una figura che ha fatto della denuncia dei rapporti economici con Israele un terreno centrale del proprio mandato, anche le firme esibite in copertina meritano attenzione. E in questo caso il servizio di moda offre più di un motivo per chiedere un chiarimento.