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Nazionale

Applausi a Maldini e van Basten, fischi a Sala e Cardinale

Beccato il sindaco interista. Un boato per Baggio. Consensi per il nemico Marotta

Finanziere Gerry Cardinale, 59 anni, ha acquisito l'AC Milan nell'agosto 2022: è un americano di origini italiane

Un dettaglio che nessun cerimoniale prevede si è materializzato ieri mattina in diretta: il tifoso, si sa, non timbra il cartellino nemmeno davanti a un feretro.

Franco Baresi viene salutato come si deve salutare un epico capitano: cori, bandiere, il numero 6 ovunque, la Curva Sud che espone lo striscione più commosso della giornata. Fin qui, tutto secondo copione. Un copione che però si complica appena la telecamera si sposta dal feretro al sagrato.

Perché davanti alla Basilica di Sant’Ambrogio, ieri, non si applaudiva solo Baresi. Si votava anche, pro e contro, proprietà e dirigenza comprese. Gerry Cardinale arriva e i fischi non aspettano nemmeno che chiuda la portiera. Accanto a lui il presidente Paolo Scaroni, accolto con lo stesso trattamento, mentre qualcuno, generoso di sintesi, sceglie il classico «vattene» al posto di un più articolato editoriale. Il sindaco interista Beppe Sala non se la passa meglio: fischiato pure lui, con una tempestività che fa pensare più a un’abitudine consolidata che a un moto di rabbia estemporaneo.

Sul fronte opposto, applausi. Applausi convinti, quasi risarcitori, per Beppe Marotta, presidente dell’Inter e per Beppe Bergomi: la sciarpa nerazzurra, per un giorno, diventa lasciapassare, anche perché lo «Zio» è stato molto vicino al Baresi malato degli ultimi tempi, come testimonia il loro ingresso a San Siro con le fiaccole per le Olimpiadi invernali. Applauditissimi anche Paolo Maldini e Marco Van Basten, di casa per definizione. E poi Claudio Ranieri, nuovo dt della Figc che entra insieme a Roberto Baggio tra un boato che definire caloroso è quasi riduttivo.

La morale, se proprio si vuole, è che il tifo non conosce tregua nemmeno davanti alla morte: si ferma per il Capitano, mai per la dirigenza. Ai piani alti del Milan viene concesso il lutto, non il perdono. Il paradosso più elegante di giornata lo firma la basilica: dentro, l’omelia di monsignor Faccendini parla di piccoli e di predilezione, di chi resta grande restando umile. Fuori, la piazza applica lo stesso principio con criteri decisamente più sportivi: umiltà richiesta, plauso non garantito.

Nessuno, va detto, ha rovinato la giornata di addio a Baresi. Il feretro arriva puntuale, accolto dal coro più prevedibile e più sincero di tutti, «c’è solo un Capitano» e per qualche minuto anche i fischi sembrano mettersi in pausa.

Ma il calcio, si sa, non concede tregue e non fa distinzioni tra domenica e martedì di lutto: ogni ingresso è un applausometro, ogni dirigente un verdetto.

Milano, ieri, ha pianto un capitano e giudicato una dirigenza. Sullo stesso sagrato, nello stesso quarto d’ora. Baresi forse avrebbe sorriso: lui, che di applausi e fischi se ne intendeva, sapeva meglio di chiunque altro che il tifoso non si alza mai in piedi per educazione.

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