C’è un silenzio che vale più di mille cori, ed è quello che si è alzato ieri mattina davanti alla Basilica di Sant’Ambrogio, quando il feretro coperto di rose di Franco Baresi è arrivato tra due ali di folla vestite di rossonero e di bianco. Poi il silenzio si è rotto e migliaia di persone hanno intonato «Un Capitano, c’è solo un Capitano», prima che qualcuno, con la voce spezzata, attaccasse You’ll never walk alone. Non un funerale, ma un abbraccio collettivo a un uomo che ha trasformato il gioco in difesa in un’arte. Ad accompagnare Franco all’altare, portando la bara, ex compagni che con lui hanno scritto la storia rossonera: Daniele Massaro (visibilmente distrutto dal dolore), Filippo Galli, Marco Van Basten, Angelo Colombo, Giovanni Galli e Roberto Donadoni; all’uscita a portare il feretro del Capitano sono stati invece Demetrio Albertini, Alessandro Costacurta, Pietropaolo Antonio Virdis, Massimo Ambrosini, Marco Simone e Alberico Erani; insieme a loro nella Basilica gremita fino all’ultimo banco Mauro Tassotti, Paolo Maldini, Dejan Savicevic, Stefano Eranio, Stefano Nava, Clarence Seedorf. E poi volti di una generazione intera del calcio italiano: Fabio Capello, Beppe Bergomi, Giancarlo Antonioni, Urbano Cairo, Beppe Marotta, il ministro dello Sport Andrea Abodi. Fuori, delegazioni arrivate da lontano: Real Madrid, Barcellona, un omaggio floreale della Fifa firmato dal presidente Infantino.
A officiare la messa, monsignor Carlo Faccendini, abate di Sant’Ambrogio, con parole che hanno fatto commuovere anche chi il calcio non lo segue. Guardando verso la famiglia Baresi il religioso ha detto: «Franco non è perduto, è custodito nell’abbraccio del Signore, ha un posto nel cuore di Dio». Parole che hanno strappato lacrime a Maura, la moglie di Franco e ai figli Edoardo e Gian Andrea che, seduti in prima fila, cercavano conforto in quella fede che era stata, in fondo, anche la bussola silenziosa del Capitano.
Perché di Franco Baresi, prima ancora del campione, ieri si è voluto ricordare l’uomo. Il «Piscinin», come lo chiamava un massaggiatore che lo vide piccolo di statura, ma già gigante in campo e che per lui era quasi un secondo padre, Paolo Mariconti. «Classe, eleganza, tenacia: c’è chi lo ha definito il Maradona della difesa. Leadership vera, in campo e negli spogliatoi, capace di conquistare stima e affetto persino tra gli avversari. Ha giocato in un Milan che ha divertito insegnando il calcio al mondo intero. Eppure è rimasto, fino all’ultimo, un uomo semplice, amato dalla gente semplice, per i suoi silenzi più che per le sue parole» ha sottolineato nell’omelia monsignor Faccendini. Che voluto restituire il senso più profondo della giornata: «Non celebriamo la morte di Baresi - ha detto - ma celebriamo la morte della morte». Un concetto che si è saldato, nella sua predica, al filo che lega la vita di ogni uomo di fede a quella di Cristo: non un addio, ma un ritrovarsi.
Fuori, ad attendere il feretro, migliaia di tifosi arrivati fin dalle prime luci dell’alba. Bandiere rossonere, sciarpe, il grande vessillo con il numero 6 che per anni ha sventolato sulla Curva Sud. Un enorme striscione, appeso davanti all’ingresso della basilica, riassumeva meglio di ogni discorso il legame tra Baresi e la sua gente: «Franco Baresi, leggenda immortale, inimitabile bandiera che non smetterà mai di sventolare. Ciao capitano». Cori e applausi sono durati per tutta l’uscita del feretro, un’onda di commozione che ha attraversato Milano intera.
Non un ultimo saluto, dunque, ma la fotografia di un’eredità che resta. Quella di un capitano che ha insegnato, senza bisogno di alzare la voce, cosa significhi essere grandi restando, come diceva di sé, sempre un po’ piccoli.
