Ma il bello, anzi il brutto viene adesso. Perché il momento veramente difficile di un lutto non è il giorno della morte, ma quello che segue il funerale. Solo lì si percepisce chiara la perdita, l’angoscia del vuoto lasciato da chi s’è incamminato lungo un’altra strada. E così è all’indomani della tumulazione di don Antonio Mazzi e del Capitano Franco Baresi che Milano si sente davvero orfana. Perché, in entrambi i casi, la loro sepoltura non è solo terrena e induce i milanesi di buona volontà a una riflessione profonda e a interrogarsi su come e su chi proseguirà i loro progetti e incarnarne i valori con altrettanto feroce rigore. Un santo e un fante accomunati da un addio a questa terra nel giro di pochissime ore. Ma anche da un’ondata di emozioni, sentimenti e ringraziamenti che hanno travolto la notizia della loro morte. Quasi annichielendola. Uno tsunami talmente travolgente, da costringere a chiedersi chi saprà riempire quei vuoti. Perché non è nemmeno pensabile che la Comunità Exodus di quel folle di Dio che era don Mazzi possa non essere più quello che è stata fino a oggi. Così come c’è da pretendere che l’esempio di Baresi sia messo alla base di quella rifondazione del miserando calcio italiano che, almeno a parole, si dice di voler rifondare ripartendo dai giovani e dai vivai a loro dedicati. Questa la teoria, sarà poi la pratica a metterci di fronte alla dura realtà. Non tanto dovuta alla difficoltà di avvicinarsi a modelli tanto alti, quanto piuttosto alla consapevolezza di vivere in un mondo così inaridito. Una società in cui l’importante non è partecipare, ma guadagnare. L’esatto contrario di quanto predicato da don Mazzi e Baresi. Non tanto con le parole, ma con quelle loro vite fatte di gesti. Tanto solidi da sembrare le pietre di un cammino che mai come oggi sentiamo di dover percorrere.

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