Missili da guerra anticarro nel bagagliaio di un furgone: è questo il particolare rinvenimento effettuato dalla Guardia di finanza italiana a giugno nel porto di Bari allo sbarco di un traghetto proveniente da Patrasso, in Grecia. A trasportarli era un cittadino francese, Régis Claude Albert Normand, di 46 anni, e il ritrovamento è avvenuto lo scorso giugno. Eppure, solo in queste ore si è avuta notizia. A bordo l’uomo portava cinque custodie logistiche utilizzate per il trasporto di sistemi d’arma anticarro, di cui uno vuoto, uno con un missile da addestramento inerte, privo di sistema di guida, propulsione e testata e negli altri tre erano custoditi, invece, dei missili Akeron.
La produzione è riconducibile a Mbda, il principale consorzio europeo di produzione missilistica, di cui l’italiana Leonardo possiede il 25%. L’uomo è stato fermato dai militari ma ha spiegato di essere stato incaricato proprio dal consorzio di effettuare il trasporto in Grecia dove si trova Altus Lsa, azienda partner di Mbda, che avrebbe dovuto effettuare delle riparazioni. Quindi quando è stato fermato era di rientro in Francia e sosteneva di avere con sé tutta la documentazione. Ma la gip di Bari ha riscontrato delle incongruenze proprio nei documenti e ha deciso di fermare Normand, che da due mesi si trova in carcere a Bari dichiarandosi, fa sapere il legale Fabio Schino, “estraneo a qualsiasi condotta illecita”. L’avvocato spiega che “il sig. Normand ha sin dall’inizio collaborato spontaneamente con le autorità. La difesa confida nel lavoro della magistratura barese, che sta conducendo i necessari approfondimenti”. Lo stesso avvocato ha sottolineato in una nota che “il trasporto oggetto del procedimento era pienamente autorizzato dal ministero della Difesa francese ed era destinato a una base Nato in Grecia. Il materiale trasportato è composto da modelli inerti, privi di qualsiasi capacità offensiva. La società Mbda France ha fornito documentazione tecnica e giuridica che chiarisce integralmente la regolarità dell’operazione”.
Sui tubi di lancio c’erano bande blu identificative, secondo gli standard Nato, di munizionamento “da addestramento” e, di conseguenza, privo della componente detonante. La successiva ispezione, però, avrebbe rivelato che sotto il nastro blu c’era la colorazione Nato giallo/nero che identifica munizionamento “ad alto esplosivo”. Il 46enne è quindi finito in carcere per introduzione non autorizzata di armi da guerra. Ma la vicenda continua a mostrare zone d’ombra, anche se sembra sia comunque riconducibile a una mera questione di autorizzazioni mancanti o carenti e questo fotografa plasticamente la situazione dell’Ue sulla mancanza di un piano comune e di una gestione centralizzata degli armamenti.
