Una fetta di prosciutto per difendere le tradizioni italiane. La provocazione social del direttore Tommaso Cerno e del vicedirettore Francesco Maria Del Vigo ha trasformato uno dei simboli della nostra gastronomia in uno strumento di protesta contro le derive dell’inclusività esasperata. L’iniziativa sta facendo scuola: sempre più persone si riprendono mentre mangiano prosciutto, pubblicando i filmati sui social per rivendicare il diritto di difendere le proprie radici senza doverle sacrificare sull’altare del multiculturalismo.
L’idea è tanto semplice quanto provocatoria. Cerno e Del Vigo si siedono a tavola, davanti a un piatto di prosciutto e affrontano con ironia e sarcasmo l’ultima - incredibile - trovata in relazione alle mense scolastiche. Sullo sfondo, l’immagine di una donna con il burqa. “Porco burqa, gli islamici ci vietano pure il prosciutto nelle scuole”, il titolo che non lascia spazio a equivoci. Una provocazione deliberata, accompagnata dalla battuta secondo cui il prosciutto, anziché essere eliminato dalle scuole, dovrebbe diventare obbligatorio.
Ma il punto non è certo imporre il consumo di carne di maiale. È denunciare la resa culturale, la pretesa di mettere da parte abitudini e tradizioni italiane per non urtare la sensibilità religiosa di altri. E la provocazione non è rimasta confinata al video pubblicato sui canali social del Giornale. In rete la difesa del prosciutto si sta trasformando in una sorta di sfida collettiva, con filmati di persone - politici e non - che consumano il salume davanti alla telecamera. Un gesto quotidiano che diventa una dichiarazione identitaria, una risposta ironica a chi considera l’inclusione una ragione sufficiente per accantonare le nostre tradizioni.
Ma quale cous cous nelle scuole al posto del maiale, viva il prosciutto San Daniele e le nostre eccellenze! 🇮🇹 Giù le mani dalle nostre tradizioni! E voi cosa ne pensate? https://t.co/bWP4KioH1v
— Anna Cisint (@annacisint) October 16, 2026
Via il prosciutto di San Daniele dalle mense scolastiche, spazio al cous cous e al pollo al curry. In nome dell’inclusione si rischia di mettere da parte le nostre tradizioni. Integrare significa rispettare tutti, non cancellare la nostra identità. Non lo permetteremo! https://t.co/3BAlMoH8tq
— Susanna Ceccardi (@SusannaCeccardi) October 16, 2026
A innescare la polemica sono stati i casi di Piacenza e Pordenone. Nel capoluogo emiliano dalla nuova programmazione delle mense scolastiche erano scomparse coppa, lonza e prosciutto cotto. Una scelta contestata dal centrodestra, che aveva denunciato il rischio di cancellare prodotti tipici della tradizione locale per assecondare le prescrizioni alimentari islamiche. Il Comune aveva respinto le accuse, richiamando motivazioni nutrizionali, il gradimento degli alunni e le difficoltà di somministrazione di alcuni alimenti. Poi il nuovo caso in Friuli Venezia Giulia. Nei menù scolastici del Pordenonese, per l’anno 2026-2027, sono state eliminate o ridimensionate diverse preparazioni a base di carne suina. A far discutere soprattutto l’assenza del prosciutto di San Daniele, eccellenza gastronomica del territorio, mentre in alcuni istituti compaiono piatti come il cous cous e il pollo al curry. Le scelte sono legate anche alle indicazioni nutrizionali regionali, ma hanno comunque provocato una levata di scudi.
Il dibattito coinvolge anche la politica, con interventi sui social delle europarlamentari leghiste Anna Maria Cisint e Susanna Ceccardi, già protagoniste della protesta contro le modifiche dei menù scolastici. Al centro della mobilitazione c’è una domanda tutt’altro che banale: perché il rispetto delle abitudini alimentari di alcuni dovrebbe comportare la rinuncia a quelle degli altri? E non è tutto. Anche Mario Giordano, nel corso dell’ultima punta di “Fuori dal coro”, ha deciso di prendere posizione: “Non possiamo rinunciare al prosciutto”. E via, con una fetta dell’amato salume.
"Viva il prosciutto!" Mario Giordano sul caso delle mense scolastiche di #Pordenone in cui è stato abolito il prosciutto. Il motivo? La carne di maiale non può essere consumata dai bambini musulmani. E quindi è stata tolta per tutti i bambini, anche non musulmani. #Fuoridalcoro https://t.co/YarDA5ZeHU
— Fuori dal coro (@fuoridalcorotv) October 18, 2026
Sia chiaro: nessuno mette in discussione il diritto degli studenti musulmani di avere pasti compatibili con le proprie convinzioni religiose. Il problema nasce quando l’inclusione viene interpretata come una rinuncia alle abitudini di chi vive nel nostro Paese. Offrire alternative è sacrosanto, cancellare le tradizioni non può diventare la soluzione automatica. Così una fetta di prosciutto finisce per assumere un significato che va ben oltre la gastronomia. Non è una battaglia contro il cous cous, né contro chi sceglie di non mangiare maiale. È la rivendicazione del diritto a non vergognarsi della propria cultura, delle proprie eccellenze e delle proprie radici.
E forse è proprio questa la ragione del successo della provocazione: per difendere le tradizioni italiane, a quanto pare, oggi basta perfino mangiare un panino al prosciutto. Purché qualcuno non decida che anche quello è diventato politicamente scorretto.
