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Nazionale

L’ultimo saluto a don Mazzi: i ragazzi cantano “Io vagabondo”

Don Parrella: “Sapete perché la piazza è piena? Chi stava con lui aveva la sensazione di poter sempre ricominciare”

Sindaco Beppe Sala ha anticipato la volontà del consiglio comunale di iscrivere don Mazzi nel Famedio

La fila per entrare. E la basilica già affollata mezz’ora prima dell’inizio della cerimonia. L’ultimo saluto a don Mazzi si fa concreto per le tante presenze, persone che si commuovono al passaggio del feretro e che singhiozzano sommessamente quando il coro intona le prime note. I ragazzi di Exodus si riconoscono per la t-shirt con scritto «C’è un tempo per nascere e uno per rinascere», i City Angels si mescolano tra la folla. Franco Taverna, vicepresidente di Exodus si dice stupito «dalle dimostrazioni di affetto e di stima, un’infinità, anche da parte di chi aveva avuto contrasti con noi. Questo ci dice che il don ha seminato in luoghi inaspettati. Quello che lui ha fatto da solo, ora noi lo dobbiamo fare in tanti. Oggi più che la tristezza vorremmo far prevalere il senso di gratitudine».

Quando arriva il sindaco Sala si apprende che i consiglieri comunali hanno già proposto per don Mazzi l’iscrizione al Famedio e che lui sarà d’accordo: «Penso che, al di là di una memoria simbolica tipo il Famedio, per onorare don Mazzi bisogna far sì che Exodus vada avanti» ha poi aggiunto. «Era un vero educatore e sapeva fare questo mestiere. A volte era sopra le righe, a volte sembrava che pensasse un po’ alle cose sue, quasi assente, ma in realtà era sempre uno che andava all’obiettivo: non conosceva, e in questo lo invidiavo, il politically correct».

Le parole che scuotono la basilica arrivano da don Max, Massimiliano Parrella, superiore generale dell’Opera don Calabria (fondata da don Mazzi) cui è affidata l’omelia. Che prende spunto dai brani dell’Antico e Nuovo Testamento per descrivere la vita del suo don, che lui considera un padre. «Il Venerdì santo gli ho baciato i piedi sapendo quanto fossero sacri. La prima lettura tratta dal Deuteronomio pare scritta per lui: Mosè non entra nella Terra promessa perchè ci sono uomini chiamati ad aprire la strada e non a possederla, i grandi uomini di Dio costruiscono ponti, non erigono munumenti a loro stessi. Sapete perchè questa piazza è piena oggi?» chiede il don riferendosi anche alla folla che si trova all’esterno della basilica. «Perchè quando stavi con lui avvertivi la sensazione che la vita non fosse finita. Don Antonio, come Gesù, non inchiodava mai nessuno al suo passato, chiedeva semmai quando ricominciamo. Non ha mai visto l’errore nelle persone che aveva innanzi ma il figlio, l’uomo». E come Gesù sapeva sciogliere le paure. «Succedeva ai discepoli e succede oggi. Il don sapeva entrare nelle fragilità di chi si convince di non avere alcun valore, di essere solo la sua dipendenza o solo un carcerato. Don Mazzi non ha aspettato che dalla prigione uscissero persone migliori, ci è andato dentro. Quando un uomo cade Dio non si allontana ma si avvicina. E come Gesù nel Vangelo di Giovanni, che soffiò lo Spirito sugli aspostoli, anche il don ha saputo dare il respiro di Dio rimettendo in moto le vite umane. Il Vangelo o cammina o smette di esistere e don Antonio è stato un Vangelo vivente. Quindi poichè ci sarà sempre qualche ragazzo che penserà di essere un errore, lì dobbiamo esserci noi».

Quando il feretro è stato portato sul sagrato i ragazzi hanno cantato «Io vagabondo» dei Nomadi (era il brano preferito del don) insieme all’inno di Exodus scritto da Mussida «L’Aquila reale» (il compositore collabora con Exodus dal 1996). Poi un lungo applauso e le tante mani appoggiate sulla bara, prima che il carro funebre lasciasse il piazzale.

È stato distribuito un volantino con la «preghiera del ciao», il ciao che il don ha chiesto di far incidere sulla sua tomba, «il ciao, leggero come un bacio, universale, laico e religioso, Signore ciao». «Dietro quel ciao di don Mazzi c’era tutto - ha aggiunto don Max - il detenuto, il tossicodipendente, un Dio che non chiude la porta a nessuno. Proveremo a credere in chi non crede più e chiameremo figli quelli che il mondo chiama falliti».

Fra i presenti anche il prefetto Claudio Sgaraglia, il presidente del Gruppo Rcs Urbano Cairo, il presidente dell’Inter Giuseppe Marotta, l’ex agente dei vip Lele Mora e don Luigi Ciotti, arrivato da Torino: «Ha fatto davvero un grande percorso educativo - ha detto don Ciotti - Ha portato la testimonianza cristiana e quella civile. Tre parole sono fondamentali nel Vangelo: speranza, giustizia, accoglienza. Lui ha testimoniato questo con Exodus. La nostra amicizia è stata saldare assieme la terra con il cielo». La diocesi è stata rappresentata dal vicario generale monsignor Franco Agnesi, per l’arcivescovo Mario Delpini, in Brasile per una viaggio pastorale dai missionari ambrosiani. Fra le corone di fiori quelle dei Pooh e della Curva Sud del Milan. La salma sarà tumulata in forma privata nel cimitero dell’Opera don Calabria, all’interno dell’abbazia di Maguzzano, sulla sponda bresciana del Garda.

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