Non serviva un editoriale “delle destre”, né l’ennesima bordata di qualche esponente della maggioranza. Per comunicare a Sigfrido Ranucci che la teoria del complotto universale ha ormai superato il limite della decenza, Repubblica ha scelto una strada più raffinata: ha chiamato un filosofo. E Massimo Adinolfi, con il garbo delle buone maniere e la precisione del bisturi, ha scritto ciò che dalle parti del quotidiano diretto da Stefano Cappellini sembrava finora impronunciabile. Il deus ex machina di Report, in sostanza, deve smetterla di vedere fili invisibili, centrali occulte e registi internazionali dietro ogni angolo della vicenda Lavitola.
L’articolo pubblicato quest’oggi da Repubblica rappresenta qualcosa di più di una critica isolata. Ha il sapore di un congedo o quantomeno di una presa di distanza ormai difficilmente equivocabile. Perché quando perfino il giornale che appartiene al mondo politico e culturale più vicino a Report decide di smontare pubblicamente la narrazione del suo conduttore, vuol dire che il credito si sta esaurendo. Non è più soltanto “la destra cattiva” a sollevare dubbi e perplessità: adesso il problema viene messo nero su bianco anche nella casa madre dell’intellighenzia progressista.
Andiamo per gradi. Nelle scorse ore Ranucci aveva invitato a “mettere in fila i puntini”, collegando l’attentato confessato da Valter Lavitola a un disegno assai più vasto: Donald Trump, Steve Bannon, Jeff Bezos, Peter Thiel, la destra israeliana, i giornali conservatori italiani e inevitabilmente il piano di rinascita democratica di Licio Gelli. Mancavano forse gli Illuminati, qualche società segreta medievale e il vicino di ombrellone. A quest’ultimo, però, ha pensato Adinolfi.
Nel suo articolo dal titolo “Caso Ranucci, serve un limite al complottismo”, il filosofo riconosce al giornalista il diritto di formulare qualsiasi opinione. Subito dopo, tuttavia, gli ricorda una regola elementare: “Quello che spiega tutto, difficilmente spiega qualcosa. Anzi: in genere non spiega un bel nulla”. È la demolizione educata ma completa del metodo seguito dal giornalista. Se nella teoria possono entrare tutti, se ogni avversario diventa automaticamente un ingranaggio del medesimo piano e se ogni critica è trasformata nella prova del complotto, allora non siamo più davanti a un’inchiesta. Siamo dentro una trama costruita in modo da non poter mai essere smentita.
Il passaggio più significativo, però, riguarda Lavitola. Ranucci lo definisce oggi un “caso psichiatrico”, ma fino a ieri era un amico fraterno, un confidente, una presenza assidua. Ed è proprio qui che Repubblica affonda il colpo. Il conduttore di Report appare prodigo di spiegazioni quando si tratta dei mandanti dei mandanti, delle reti trumpiane e dei fantasmi della P2. Diventa invece sorprendentemente avaro di dettagli quando il discorso si avvicina ai suoi rapporti personali con l’uomo che ha confessato di avere organizzato l’attentato contro di lui. Ribadiamo: che ha confessato.
Adinolfi lo scrive senza urlare, ma il significato è chiarissimo: “Fa strano che su quello di cui non sappiamo nulla e che è più lontano — mandanti di mandanti e altre cospirazioni — Ranucci creda di poter dire di tutto, mentre di quello che è più vicino e almeno in parte accertato non ci dica praticamente nulla”. In poche righe viene rovesciata l’intera rappresentazione costruita dal cronista. Il problema non è ciò che Ranucci immagina a Washington, in Israele o nei terminali dell’informazione conservatrice. Il problema è quello che ancora non racconta sulla persona che frequentava.
Naturalmente Repubblica non rinuncia al riflesso condizionato contro il governo. Ricorda che la destra non ama Report e che alcuni esponenti della maggioranza lo chiuderebbero volentieri. Ma proprio questa premessa rende la conclusione ancora più significativa: l’ostilità politica verso la trasmissione non dimostra alcun collegamento con Lavitola, tantomeno autorizza a evocare un unico grande complotto mondiale.
Tradotto dal filosofese: la destra può detestare Ranucci senza per questo avere nascosto una bomba sotto casa sua. E le critiche arrivate dopo la confessione di Lavitola possono dipendere banalmente dalle contraddizioni emerse, non da una centrale coordinata tra Trump, Netanyahu, la P2 e qualche redazione italiana.
Insomma, Rep ha scelto la via più elegante per scaricare definitivamente il conduttore di Report. Non lo ha accusato di mentire, né ha sposato le ricostruzioni dei suoi avversari. Ha fatto qualcosa di più insidioso: ha preso sul serio le sue parole, le ha messe una accanto all’altra e ne ha mostrato l’inconsistenza. Ranucci voleva unire i puntini. Adinolfi gli ha ricordato che prima di unirli bisognerebbe almeno dimostrare che appartengano allo stesso disegno.
La chiosa del filosofo è un sommesso ma inequivocabile “anche meno”. Quella politica di Repubblica sembra ancora più tranchant: Sigfrido, adesso basta.
