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Sorveglianza clinica in pandemia, spunta la mail che imbarazza Ippolito

L'Oms attraverso Zambon si era offerta di aiutare l'Italia a fare un database dei pazienti Covid per scongiurare un secondo lockdown, lo testimonia una mail mandata all'ex numero due Oms Ranieri Guerra, che smentisce la versione dello Spallanzani

Sorveglianza clinica in pandemia, spunta la mail che imbarazza Ippolito
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«Tantissimi infettivologi sono super pronti per partire. Sarebbe un peccato mandare tutto all’aria, anche considerando che la Simit ha già allineato la loro raccolta dati completamente su quella Oms». E ancora: «Vari centri in Italia hanno gia aderito in linea di principio all’utilizzo e alla condivisione con Oms dei dati clinici (e.g. Sacco/Milano, Bergamo, Policlinico di Milano, Genova, Monza, Padova, Vicenza, Venezia, etc)».

Questo è il succo di una e-mail (che Il Giornale è riuscito a consultare possesso) con toni tra il seccato ed il dispiaciuto che il 26 marzo 2020 - in piena pandemia Covid - l’allora ricercatore capo dell’Oms a Venezia Francesco Zambon manda a Ranieri Guerra dopo una precedente interlocuzione sulla mancata adozione di un sotware Oms utile per la sorveglianza clinica con l’ex direttore scientifico dello Spallanzani Giuseppe Ippolito. Come ha ricostruito il Giornale, sappiamo che la mancanza della sorveglianza clinica e della conta dei contagiati/guariti è stato uno degli errori che ha portato al secondo (evitabile, per molti) lockdown durante la seconda ondata. In questa corrispondenza Ippolito viene definito dallo stesso Zambon come «inqualificabile», come un soggetto che si sarebbe interfacciato con lui con «un linguaggio da scaricatore di porto» e che si sarebbe interfacciato con «un atteggiamento non molto costruttivo, né... diplomatico».

Eppure solo qualche settimana fa lo stesso Ippolito, durante un’audizione in commissione Covid, aveva accusato lo stesso Zambon di non aver collaborato e di aver sostanzialmente agevolato la mancata sorveglianza clinica: «Sul software Oms da mettere alla Protezione civile ne parlai direttamente con lui e Zambon mi disse che lui aveva l’ordine di non mettere questo software». Una ricostruzione, quella di Ippolito, che questa email pare smentire, se si considera che la sorveglianza clinica fu affidata proprio allo Spallanzani con l’ordinanza n. 640 del capo della Protezione Civile Francesco Borrelli datata 27 febbraio 2020. A denunciare per primo in commissione Covid la vicenda della mancata sorveglianza clinica durante la prima ondata pandemica era stato proprio l’ex numero due Oms Ranieri Guerra, che durante la sua audizione aveva indicato in Ippolito il vero responsabile: «Questa sorveglianza clinica non venne mai attuata, nonostante ad un certo punto noi dell’Oms offrissimo gratuitamente l’utilizzo di una piattaforma che era stata implementata e validata e dove erano già presenti oltre un milione di reperti di schede cliniche che erano confluite da parte della gran Bretagna e di altri Stati membri. Questa procedura fu rifiutata dal dottor Ippolito, allora sia Spallanzani che Cts».

Confrontandosi con i colleghi di Venezia, Copenaghen e Ginevra, Guerra dichiarò in commissione Covid di avere preso atto che a fronte di un’esperienza clinica enorme (con migliaia di ricoveri in corso) mancava completamente la classificazione e la casistica dei malati italiani: «Io rilevai la mancanza di una sorveglianza clinica perché, discutendone con i miei colleghi di Venezia e di Copenaghen, oltre che di Ginevra, rilevammo che a fronte di una cospicua esperienza clinica con tutti i ricoveri che c’erano in quel momento, mancava questo tipo di sorveglianza, di classificazione e di casistica clinica. Ne fui sorpreso perché, guardando l’ordinanza della Protezione civile che stabiliva le tre sorveglianze (clinica, epidemiologica e batteriologica), mi accorsi che quella epidemiologica era presente, ugualmente lo era la microbiologica, pur con enorme difficoltà, mentre la clinica mancava».

La sorveglianza clinica era, nelle parole dello stesso Guerra, lo strumento essenziale per costruire le terapie: «Ci stavamo rivolgendo, in particolare, alle strutture aziendali ospedaliere della Regione Lombardia, chiedendo anche a loro se avessero cominciato a classificare le cartelle cliniche per riuscire ad avere una conoscenza migliore dell’evoluzione della patologia conclamata». Audito in commissione Covid, Guerra era stato durissimo con Ippolito: «Questo tipo di attività - come mi venne riferito dal collega Ippolito - non era stata fatta, perché non c’era un’unica piattaforma su cui riversare le cartelle cliniche per strutturare una sorveglianza di livello nazionale. Lui mi disse che non avevano una piattaforma e che quindi non erano in grado di farlo. Noi proponemmo come Oms la messa a disposizione di una piattaforma per la raccolta e la sorveglianza clinica che avevamo sviluppato e che era già in utilizzo in Gran Bretagna in quel momento.

La proponemmo anche alla Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit) e all’Ospedale Papa Giovanni XXIII a Bergamo, con cui era cominciata una collaborazione in questo senso». Una dichiarazione che suffraga la e-mail di Zambon che il Giornale ha consultato. Chi ha ragione? Tutto materiale per la commissione Covid.

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