«Noi comici non serviamo I politici ci hanno superato»

Quel che si dice le pyshique du role. Enrico Bertolino ce l'ha nelle frequenti riunioni aziendali durante le quali fa il consulente per le risorse umane. Profilo pettinato, eleganza nei modi, taglio da milanese doc. E pensare che, invece, lui è comico e umorista dei più sulfurei ed esilaranti. Uno che mette in fila, puntualmente, tanti colleghi avvinghiati alle battute tormentone un po' ruffiane, come dimostrerà anche il 9 settembre al Palahsarp. Bertolino dal quartiere Isola è così: rigorosa gavetta sotto la Madonnina, in locali storici come il Ca' Bianca e lo Zelig, tanta tv negli ultimi tre lustri e un occhio attento a ciò che succede in Italia. Uno scenario quello del Belpaese dove, per restare alla ben nota legge gattopardesca, tutto cambia perché nulla cambi: e se la politica, come dice lui, «ha superato la comicità», a che serve scegliersi un tormentone? Il copione lo serve la realtà. Bertolino è come se se ne stesse lassù, a bordo dell'aereo di «Piloti» - la sitcom su Raitre di cui è protagonista con il collega romano Max Tortora - a rimirare le follie nazionali.
Bertolino, se la realtà è il suo copione, lei non smetterà mai, giusto?
«Bè, per il momento gli spunti non mancano. In ogni campo, gli italiani si impegnano per dare spunti a noi comici. Prendi Grillo, quello si fa scrivere i pezzi dal Pd».
Lei è tra i rari comici che non si muove per partito preso: osserva e colpisce, a destra e a manca si potrebbe dire...
«Come dicevo, la politica ha superato la comicità. E si tratta di un sorpasso autostradale da ritiro patente, in piena corsia di emergenza. Diciamo che le multe finiscono a tutti, di destra e di sinistra».
Lei punzecchia incessantemente gli italiani, eppure il pubblico la ama...
«Questo non lo so, o meglio lo so: finché li faccio ridere... L'osservazione dei miei connazionali è cominciata tanti anni fa, quando da giovane fui assunto in banca. Ci ho lavorato undici anni, e ho visto che la piaggeria e una naturale voglia di DC contagiano gli italiani in modo trasversale. Noi siamo quelli che accomodano tutto».
Di questo e altro parlerà a settembre prossimo, al Palasharp, giusto?
«Sì, il 9 settembre riprendo il mio spettacolo Lampi accecanti di ovvietà, un recital portato in scena nella stagione scorsa ma ora corredato di nuovo materiale. Dopodiché, sempre a settembre, dal 13, torno in tv sulla Rai con il programma Glob. Sto anche scrivendo e limando il nuovo recital, che porterò al Teatro Ciak nel 2010».
Dicono che Lei è il milanese duro e puro a tal punto innamorato della propria città da non abbandonarla nemmeno d'estate, ciò corrisponde a vero?
«Esatto. Non lo faccio per snobismo, ma ad agosto me ne resto qui. Non voglio ricorrere alla retorica, ma in questa stagione, quando tanta gente se ne va, è possibile scoprire la bellezza di Milano. Intendiamoci, non è che eviti le vacanze, ma cerco di farle in altri periodi dell'anno. Appena posso vado in Brasile, dove sono socio di una onlus chiamata Vida a Pititinga, che cerca di aiutare i bambini più sfortunati di laggiù».
Ci sarà qualcosa della sua Milano che non sopporta...
«Sì c'è. La mutazione genetica che sta avvenendo in tanti milanesi. C'è un'alienazione che scorre sotterranea, ma la spiegazione forse sta nelle numerose tracce di cocaina che trovano nel Lambro. Quella roba sta dilagando. E poi c'è il ritorno di vecchi vizi: ho come il sentore che, con il grande circo dell'Expo, le vecchie ganasce abbiano in programma di tornare a masticare. Di Milano vorrei che fosse anche più eco-compatibile, ma che ci risparmino, per favore, il verde verticale. Quello serve a permettere ancora più costruzioni in modo orizzontale».
Come se la passa il cabaret a Milano?
«Mah, bene e male. Rispetto ai miei esordi le cose sono cambiate. La tv ha cambiato il cabaret. In città ora ci sono i laboratori di comicità, ma il pubblico che vi accorre è, come dire, accondiscendente. Ai miei tempi, il pubblico era severo: o facevi ridere sul serio, o erano cavoli amari».