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Non solo il polpo Paul La fattoria degli animali è piena di fenomeni

L'ultimo ad averci sorpreso è il polpo Paul che cheto, cheto, nel suo acquario tedesco ha vinto tutte le scommesse sui Mondiali di calcio. Ma poi c'è anche il gatto Oscar, che in un centro Alzheimer americano «avverte» la morte di un paziente: quattro ore prima del decesso, si distende vicino al morituro e non se ne va finché non arrivano le pompe funebri. Poi resta stremato per qualche tempo, senza energie, come se avesse fatto un viaggio ultrastancante insieme all'uomo nel momento del trapasso e lo avesse accompagnato attraverso l'ultrasoglia che per noi resta invisibile, ma per Oscar, no, come già gli egiziani avevano capito. Ci fu anche Attila, nero stallone di pura razza spagnola, protagonista di uno spot pubblicitario di un celebre amaro, in cui correva per salvare un puledrino: «Attila era unico - conferma Pasquale Beretta, allevatore e addestratore di Bergamo, proprietario della star televisiva -. Di solito questi cavalli sono docili all'addestramento, ma Attila non voleva saperne. Alla fine scoprimmo che l'unica cosa in grado di addolcirlo era la mia voce che pronunciava il suo nome. Così, alla fine di un percorso di trecento metri, lo chiamavo via radio e Attila partiva al galoppo attraverso le telecamere. Me lo portavo dappertutto, io in bicicletta e lui dietro, anche in città».
In una libreria di Verona c'era un gatto chiamato Proust, perché dormiva solo sui volumi della Ricerca del Tempo Perduto: li riconosceva in mezzo a tutti gli altri libri. Ora vive nella sua casa, ma cerca anche lì le opere del dolce scrittore francese. Gli esempi potrebbero continuare, ma porterebbero sempre a una sola domanda: «Chi sono gli animali?». Proprio così, non «cosa» sono, ma «chi»: quale identità ancora per noi indecifrabile portano in sè, per trasmetterci un loro particolare linguaggio, al cui mistero dobbiamo inchinarci con umile spirito di conoscenza e riconoscenza?
Roberto Marchesini, etologo, ha curato l'edizione italiana di due dizionari francesi sul linguaggio del gatto e del cane, che stanno riscuotendo un grande successo in libreria. Di fronte all'aggettivo «magico» applicato a un micio o un piccione, riflette a lungo: «Il nostro dovere è quello di arrivare alla spiegazione scientifica, proprio per individuare la vera «magìa» che ci lega. Decifrare il linguaggio di ogni specie significa dare un nuovo senso al nostro linguaggio, come già alcuni pensatori quali San Fracesco o Giordano Bruno avevano compreso. Un'equipe di ricercatori americani sta mettendo a punto le potenzialità della straordinaria capacità olfattiva dei cani: dove noi avvertiamo un odore, un cane ne avverte cinquemila. I ricercatori hanno scoperto che la razza canina non è solo capace di sentire l'odore della droga, ma anche quello del tumore al polmone, ben riconoscibile da un cane appositamente addestrato ad aiutarci nelle nostre malattie».
Ad ogni specie la sua «intelligenza»: i topi mostrano una sconcertante lucidità spaziale. Se si mette un topo in un labirinto, quando si addormenta ricostruisce centimetro per centimetro le pareti della struttura, finchè non la visualizza nella sua globalità e al risveglio la percorre fino ad uscirne. I colombi hanno un'altra dote: se si pongono di fronte a loro tre oggetti, di cui due uguali e uno diverso, girati in modo che non si possa vedere l'unico elemento di diversità, gli uccelli capiscono quali siano i due oggetti identici. E così gli stormi che viaggiano riconoscono le stelle e se il cielo è coperto mettono in moto un organo sensoriale con cristalli di magnetite che, come una bussola, segna il Nord. «I cani hanno un intelligenza sociale e politica, il nostro Fido può essere definito un vero e proprio Mazzarino. Il gatto invece è un solipsista, affascinato dalla risoluzione dei problemi. Quindi è ora di finirla con il nostro atteggiamento antroprocentrico, che vuole ridurre l'animale a uomo».
Il più antico esempio iconografico di un animale sapiente risale al 1600 e mostra un cavallo che gioca ai dadi. Antonio Giarola, appassionato di cavalli e fondatore del Cedac, Centro educativo documentazione arti circensi, tiene l'antica tavola insieme a molte altre che mostrano la sapienzialità di primati e oche. «Da anni curo le regie di spettacoli circensi - racconta - e mi è capitato di vedere di tutto: scimmie che mangiano a tavola con il cucchiaio insieme alle famiglie dei circhi, cavalli che al suon della musica sono in grado di entrare in palcoscenico senza che il regista li chiami. Il cavallo ha uno spirito d'esibizione innato e gode dell'applauso.

Parlare di animali e spettacolo è sempre pericoloso, perché sono in molti ad insorgere contro quella che chiamano violenza sui nostri compagni di vita. Ma oggi la sensibilità dell'uomo si è molto affinata e si è capito che l'unico mezzo educativo è l'amore. E quando uomo e animale vengono a contatto scatta un particolare sentimento. Che trasforma l'uno e l'altro».

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