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"Oggi da noi è trascurato perché si evita la fatica"

La docente e scrittrice Cristina Dell'Acqua: "È perenne. Lo parliamo senza accorgercene"

"Oggi da noi è trascurato perché si evita la fatica"
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In Italia, dove ha le radici, ha bisogno di continue rianimazioni per dimostrare di non essere mai morto. All'estero lo (ri)scoprono più vivo che mai.

Professoressa Cristina Dell'Acqua, lei che insegna lingue antiche al liceo, perché in questo Paese il latino sembra quasi doversi sempre giustificare?

"Perché paga due colpe. La prima quella di essere considerato una lingua morta. La seconda, di essere faticoso. E oggi tutto ciò che comporta una fatica non è di tendenza. Ma io le contesto entrambe".

Cominciamo dalla prima. È morta?

"Solo se consideriamo il criterio che non è una lingua parlata comunemente e che non ci sono bambini che nascono con il latino come lingua madre. Piuttosto la definirei perenne. Vive nelle parole che usiamo ogni giorno, nell'etimologia. Il latino ci parla anche quando non ce ne accorgiamo".

E la fatica?

"Quella c'è. Sarebbe sciocco negarlo. Ma è una fatica che ripaga. Certo se si associa al criterio di presunta utilità, in tanti non ne vedono lo scopo. Invece, tradurre una versione, leggere gli autori significa fermarsi, dedicare tempo, accettare che non tutto sia immediato. Tempo e fatica sono gli antidoti alla frenesia in cui siamo immersi. Oggi vogliamo tutto e subito mentre il latino è un esercizio di profondità. È sintesi e capacità di dare concretezza ai pensieri più alti e filosofici".

E noi rischiamo di dare per scontato un patrimonio culturale che altri guardano con ammirazione.

"Mi ha colpito che venga riscoperto persino in Cina. È vero che negli anni abbiamo inseguito la semplificazione. Prima è stato tolto dalle medie, poi dal liceo scientifico, ma è come se rigettassimo un pezzo delle nostre radici. Spesso per far amare le lingue classiche si tende a snaturarle. Sono la prima ad apprezzare i modi leggeri per avvicinarsi al latino. Ma leggero non significa superficiale. Ridurre il latino a un gioco o a uno scherzo significa tradirlo nella sua essenza. C'è un verso di Orazio in cui si definisce ventosus per descrivere la sua irrequietezza. Ecco, ora ci indaffariamo nel delegare all'intelligenza artificiale quello che ci porta via tempo e cosa ci rimane se non il tempo dell'angoscia? Lo trovo il termometro del momento. Però un paradosso forse c'è...".

Quale?

"Che l'Italia resta anche uno dei Paesi dove è insegnato con continuità. Ogni anno centinaia di migliaia di studenti lo studiano nei licei molto di più che in altri Paesi europei. All'estero viene proposto casomai in contesti più selettivi, come una competenza di valore. Qui è una presenza stabile percepita come parte della routine scolastica anziché una risorsa culturale da riscoprire. Una sfida da cui potremmo ripartire".

Che cosa rischiamo di perdere senza il latino?

"La tradizione non è fatta per essere buttata via, è quello che consegniamo a chi viene dopo di noi. E chi siamo noi senza le nostre radici?".

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