Ora anche la critica snob osanna le serie tv Che umiliano Hollywood

Doveva scomparire con l’avvento di Internet. Era il bisbiglio del demonio nelle case della gente, l’abbonamento quotidiano al trash e alla volgarità, servito puntuale ogni sera. I più decisi (e i più à la page) la levavano dal salotto di casa sostenendo che, senza, si vive una favola. Ma da qualche tempo la tv, grazie alle serie «cable» (vale a dire via cavo), si gode una bella rivincita. Passa sotto le esigenti narici dei critici più snob e non solo non provoca fastidi, bensì scatena gemiti di soddisfazione. Le serie televisive prodotte e trasmesse da canali quali HBO, AMC, Showtime si cuciono i galloni della tv di qualità: il marchio d’infamia resta impresso sulla tv generalista, che marcia a colpi di reality show e giochi a premi, mentre nei verdi territori del digitale, guarda un po’, l’aria si è fatta limpida. Qualche tempo fa - e valga questo esempio per tutti - persino la rivista simbolo dei cinefili più snob ed elitari, lo storico Cahiers du Cinema d’oltralpe, ha celebrato in copertina (e con un’editoriale del direttore Stéphane Delorme) il serial Mad Men, definito senza mezzi termini dall’Entertainment Weekly «una delle migliori cento serie tv mai prodotte nella storia della televisione». Ideata dallo stesso Matthew Weiner che con i Sopranos si è segnalato come uno degli autori più caustici e politicamente scorretti del momento, Mad Men è giunta ormai alla quarta stagione, attesa in Italia dal 2 dicembre su FX (ore 23). Ambientata a cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, Mad Men vede come protagonisti i pubblicitari di un’agenzia newyorkese, la «Sterling Cooper» di Madison Avenue, abile a muoversi in uno scenario economico di grande espansione che sembra poter offrire innumerevoli chance. Sono gli anni della sfida tra Nixon e Kennedy, delle tensioni da Guerra Fredda, della Crisi dei missili a Cuba, delle tensioni razziali e delle lotte per i diritti civili. Un sfondo, questo, che è passato alla storia come pervaso da alti slanci ideali ma dove il cinismo non mancava. La serie ideata da Weiner fino ad oggi ha vinto tredici Emmy Awards e svariati Golden Globe. Cahiers du Cinema, prendendo spunto da Mad Men, dice chiaramente: la realtà contemporanea, con le sue poche luci e molte ombre, è rappresentata molto più efficacemente dai serial tv che dal cinema. Hollywood è in piena crisi d’ispirazione, le produzioni puntano sul sicuro, spremono idee proficue dilatandole in saghe interminabili, prequel, sequel e spin off. I serial della tv via cavo, invece, sperimentano, osano, e si permettono perfino forti dosi di «politicamente scorretto» in un Paese che da esso è addirittura terrorizzato. Senza la schiavitù dello share, senza la pressione di dove conquistare i favori del grande pubblico generalista, le serie tv puntano sulla qualità, alla ricerca di narrazioni e temi originali. Ovvio, poi, che la qualità delle idee e delle sceneggiature finisca per trasformarsi in una irresistibile calamita per registi, produttori e attori del grande cinema hollywoodiano. Ed ecco spuntare nomi come Dustin Hoffman, Glenn Close e Martin Scorsese, per fare solo qualche esempio, il primo protagonista in Luck (su HBO), la seconda in Damages (su FX), il terzo produttore di Boardwalk Empire (sempre su HBO). «Un tempo Hollywood ha prodotto affreschi ambiziosi - ha scritto Cahiers - come Il Padrino e C’era una volta in America, ora è la tv che produce saghe». Quelle saghe che, attraverso un intreccio di personaggi e ruoli, sanno raccontare l’America di ieri e di oggi. La tv offre la libertà di sperimentare e può contare su alcuni sostanziali cambiamenti, che i Cahiers non mancano di evidenziare, come ad esempio la possibilità di registrare o scaricare gli episodi, senza dover aspettare la scadenza settimanale, o la possibilità di poter vedere quasi in contemporanea gli episodi trasmessi in America. Senza contare il successo dei cofanetti dvd e bluray relativi alle serie, che costituiscono le entrate più solide del mercato home video. «Si possono godere intere saghe nello spazio di un weekend o in una sola notte - spiega Cahiers - come se fossero le pagine di un buon romanzo». E quando il cinema cerca di assorbire la magia dei serial? Spesso fallisce: come è accaduto alle versioni cinematografiche di Sex And The City (soprattutto il secondo episodio) o andando un po’ più indietro con gli anni, X Files. Tanto vale, quindi, buttarsi sui serial, se si ha fame di storie: in arrivo su Fox a fine novembre la terza stagione di True Blood, serie HBO ideata da Alan Ball (premio Oscar per American Beauty), per non parlare degli zombie di The Walking Dead (dal 6 dicembre). Per il prossimo futuro, febbrile è l’attesa per Terra Nova, serie prodotta da Steven Spielberg, affresco impressionante dell’era dei dinosauri. Gli effetti speciali in CGI di questo «figlio di Jurassic Park» (dal budget sontuoso) promettono di lasciare sbalordito il pubblico.

Protagonista della serie è una famiglia del futuro (anno 2149) che decide di fuggire nel passato perché il mondo è ormai devastato dalla modernità e dall’inquinamento. Il problema è che il salto sarà di centocinquanta milioni di anni, dritti dritti fino all’era dei grandi rettili. Sopravvivere sarà un incubo. Non per gli spettatori, però.

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