Orfani di femminicidio. Che rivincita la maturità

Sono dieci ragazzi e il 17 giugno, quando sono iniziate le prove di maturità, si sono sentiti uguali. Uguali a tutti gli altri studenti arrivati all'ultimo anno

Sono dieci ragazzi e il 17 giugno, quando sono iniziate le prove di maturità, si sono sentiti uguali. Uguali a tutti gli altri studenti arrivati all'ultimo anno. Un po' emozionati e tesi come tutti. Ma più degli altri, consapevoli che questo non è stato che il traguardo da cui ripartire dopo una vita iniziata male. Dieci ragazzi con un passato che fa paura anche solo a ricordare: orfani di femminicidio.

Esiste cosa peggiore? Bambini e bambine a cui è stata strappata la madre. Un sorriso, il profumo, un abbraccio strappati per sempre. E ricominciare è dura. Concentrarsi sui libri, le interrogazioni.

Tornare nelle cose normali dopo l'orrore. È questa la grandezza dell'impresa. Quest'anno, tra i diplomati ci sono anche loro dieci. Nonostante il virus che ha fatto chiudere la scuola per tre mesi, ce l'hanno fatta tutti. Alberghiero, istituti tecnici, agraria, informatica. Ognuno seguendo le proprie inclinazioni, grazie al sostegno dell'associazione no profit Edela insieme a Feminin Pluriel che hanno creduto nelle loro possibilità e gli hanno garantito il diritto allo studio. Passo che lo Stato però non ha saputo fare. E così Maria, che preferisce come gli altri non dire il suo nome vero, ha voluto finire l'alberghiero, e chissà, magari un giorno, fare la chef che sogno sarebbe.

PARTIRE IN SALITA

Cose normali in un'esistenza abominevole. Passata attraverso una casa famiglia, dopo che quell'uomo che lei considerava un padre ha ammazzato la madre. Non doveva andare così, lei figlia unica e intelligentissima, studiosa e brava a scuola. A dodici anni la fine di tutto, i nonni materni già morti, nessun parente prossimo, la casa famiglia come unica alternativa e non è stato un buon periodo. Un carattere che diventa chiuso e rabbioso, aculei come un riccio per difendersi. Uno spiraglio di luce arriva solo quando incrocia Roberta Beolchi, fondatrice di Edela, che dal 2018 opera su tutto il territorio nazionale a tutela e a sostegno degli orfani del femminicidio e delle famiglie affidatarie. L'incontro con l'attivissima Diana Palomba, fondatrice di Feminin Pluriel, network internazionale tutto al femminile, per promuovere educazione, formazione e protezione di donne e bambini, ha dato carburante al sogno di mandare questi figli interrotti a scuola come gli altri. «Ogni anno - spiega l'avvocato Palomba- scegliamo una causa da sostenere. Quello presentato da Edela era perfetto. La scuola è il luogo in cui questi ragazzi riacquisiscono la dignità strappata». All'evento di beneficenza «In piedi per tutte» hanno partecipato in moltissimi sponsor, imprenditori, industriali, e quella sera, a novembre dell'anno scorso, dei 60mila euro, una buona parte è andata proprio per finanziare la scuola ai dieci ragazzi. «Ho trovato l'istituto giusto per loro, dice Roberta, secondo le inclinazioni dei ragazzi, abbiamo fatto l'iscrizione, parlato con i professori in qualità di zia, la gratificazione più grande però è arrivata dai ragazzi stessi. Si sono impegnati, studiato, preso bei voti, ci hanno creduto ed è stato un regalo meraviglioso». Un anno strano, con la scuola chiusa e le lezioni on line, la volontà di fare bene anche a distanza, di concentrarsi anche se da soli, isolati perfino, senza la voce dei genitori a spronarli, con le difficoltà di attivare una connessione per seguire a distanza. Abituati a dover fare a meno di troppe cose, hanno affrontato e vinto anche questa sfida. «Quel diploma è un certificato per tornare alla vita».

CONQUISTARE LA DIGNITÀ

Poter contare finalmente su qualcuno. Maria come gli altri che non hanno mai voluto confessare ai prof, al preside, il loro passato infernale ma si sono voluti confondere tra i tanti, per sentirsi, almeno in classe, ragazzi come tutti. «Dignità, è questa la parola che mi viene in mente quando penso a loro. E noi, come Paese siamo chiamati a proteggerli e a difenderli» spiega l'avvocato Palomba. Figli dimenticati che si sono messi alla prova, senza chiedere né sconti né pietà. Concentrazione e attenzione. Ma come si fa a rimanere impassibili? È la curiosità che spinge Roberta che di mestiere fa l'interior designer per l'estero, a indagare. «Leggevo di questi casi terribili di donne uccise dai loro compagni. E molte, la maggior parte di loro, aveva figli, anche piccoli. Ma dei bambini non si parlava mai. Mi sono documentata, ho letto, cercato questi casi, ho bussato alle loro porte, all'inizio non sapendo bene cosa fare ma convinta che avrei potuto aiutare». Il primo è l'incontro che le cambia la vita. «Ho parlato con questa ragazzina, era rimasta sola, la madre uccisa e il marito suicida dopo l'omicidio. Una figlia che con grande mia sorpresa non odiava il padre ma il contesto. «Se fuori tutti avessero ascoltato e capito i segnali che mandava mio padre, questa tragedia poteva essere evitata e mia mamma sarebbe ancora con me». I segnali, le denunce che troppo spesso le vittime sporgono e non vengono ascoltate.

GLI ALLARMI INASCOLTATI

«Can che abbaia non morde». Dicevano proprio così alla mamma di Giovanni quando andava dai carabinieri a denunciare l'uomo che l'ha uccisa. «L'ha ammazzata mezz'ora dopo la denuncia, l'undicesima, a pochi passi dal commissariato».

E chi paga per questa ingiustizia? Lo Stato no. Se ne tira fuori e, dopo aver ignorato le suppliche delle vittime, condanna questi orfani all'oblio. Negli anni Roberta è diventata l'asse portante, punto di riferimento per oltre 40 famiglie sparse in tutta Italia. C'è lei da sola perché lo Stato qui non esiste. Lo Stato non pensa a loro mai. Manca un fondo per sostenerli economicamente, non c'è una pensione, progetti per garantire cure psicologiche, nessuna indennità per provvedere ai loro bisogni.

Figli abbandonati. Giovanni ha fatto due anni in uno per finire l'istituto tecnico con indirizzo informatico. Ma ha deciso di andare avanti, di fare l'università. Rivincite su un passato così osceno che ti vergogni anche solo a ricordarlo, neppure fosse tua la colpa.

Come Luigi che ha tenuto un tempo infinito la madre tra le braccia mentre moriva. E si ricorda ogni passaggio, precisamente. «Dal caldo al freddo della morte, l'odore del sangue sulle mani, l'ultimo respiro». Per anni lo hanno trattato da autistico. Era solo il suo modo per difendersi da quell'orrore che gli si ripresentava davanti agli occhi giorno e notte, le violenze a cui aveva assistito perchè lui era il più grande dei suoi fratellini e certe cose se le ricorda chiare come fosse oggi. Aveva solo quattordici anni eppure già diceva: «Io vivo tanto per vivere». E quel maledetto rimorso, «se solo fossi arrivato cinque minuti prima, gli avrei dato una spinta e avrei salvato lei». Anni di sedute con psicoterapeuti per fargli capire lui cosa poteva fare, era solo un bambino. I tic, la voglia e il bisogno di nascondersi da tutti, la vergogna e i libri che diventano un antidoto e un'evasione. Anche in questo caso i nonni hanno potuto trovare in Edela un aiuto e un sostegno. Anche quando ormai la nonna era morta e lui è rimasto solo con il nonno, i fratellini divisi tra gli zii.

Chi si occupa di loro? I più fortunati trovano rifugio dai parenti, spesso si fanno avanti i nonni materni, gli zii. Ma non è sempre così. Non è una scelta facile. C'è tutto l'aspetto economico, c'è l'eta dei nonni. Ed è atroce pensare che lo Stato sia ancora una volta totalmente assente. Vittime due volte. Ecco perchè in questo deserto, le associazioni come Edela sono oasi di speranza che cercano sponsor, donazioni, a fronte di una progettualità concreta. C'è una nuova idea, ambiziosa e commuovente che si chiama «CostruiAmo talenti». «Un suggerimento nato da una nonna fortissima con due nipotine splendide rimaste sole». Questa volta si vuole dare spazio ai più piccoli, tra loro anche bimbi di due anni. Ci sono tanti bisogni, ma non sono sempre e solo primari.

«Ognuno di questi figli ha un talento, un'ambizione e merita di essere assecondato. La danza, il corso d'inglese, un viaggio in America in estate. Inclinazioni, desideri che una madre avrebbe incoraggiato leggendoglielo negli occhi. Lei non c'è più. Però lo vogliamo fare noi».

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