L'industria torna a casa (se non facciamo disastri)

La pandemia ha mandato in crisi commercio internazionale e produzione globalizzata. Una chance per riportare in Italia le imprese che se n'erano andate. A condizione di lasciarle lavorare

Bentornata industria. Non c'è solo la grande guerra tra Cina e America per la supremazia tecnologica a ridisegnare gli equilibri geopolitici mondiali. Il Coronavirus - uno shock non facilmente prevedibile o immaginabile, un «Cigno Nero» paragonabile all'avvento di Internet o all'11 Settembre - sta mandando il tilt le grandi certezze del mondo globalizzato, il nostro modello economico e le catene delle forniture internazionali.

Improvvisamente il mondo non è più piatto, diversamente da come scriveva nel 2005 Thomas Friedman nel suo libro sulla globalizzazione. Quella fotografia di un pianeta in cui le distanze sono annullate, in cui non ha più nessuna importanza in quale angolo della Terra si produca, è oggi sbiadita come un ricordo lontano. Il lockdown ha cambiato la scuola, il retail, l'organizzazione del lavoro, la percezione stessa della vicinanza, trasformando un adattamento momentaneo all'emergenza in un inaspettato modello da sperimentare, come è accaduto per esempio a Etra, multiutility veneta che dopo aver messo 410 dipendenti in smart working si è accorta che la produttività era aumentata e ora sta valutando, spiega il presidente Andrea Levorato, «come rendere stabile la soluzione del lavoro da casa, venendo incontro alle esigenze familiari e personali di tutti».

NON SOLO MODA

Di fronte a questo cambiamento la visione degli Stati e dei players economici internazionali così come il rapporto fiduciario con i consumatori subiscono cambiamenti profondi. Come raccontava pochi giorni fa il Financial Times marchi come Chanel, Gucci e Louis Vuitton, sono costretti a contare maggiormente sulla loro clientela locale e stanno cercando di comprendere quanto profondamente l'emergenza sanitaria abbia alterato i desideri e le preferenze d'acquisto dei clienti. Ma sono soprattutto le catene del valore a riorganizzarsi. Il 75% delle imprese mondiali in questi mesi ha avuto difficoltà di approvvigionamento di materie prime e componentistica. Il villaggio globale, insomma, ha improvvisamente scoperto i rischi della mobilità internazionale. Fin dai tempi più antichi le epidemie sono riuscite a viaggiare tra continenti lontani, ma ciò avveniva con tempistiche diverse e con frequenze minori. Basti pensare ai mesi o agli anni che occorrevano a Marco Polo per raggiungere il Catai o a Cristoforo Colombo per attraversare l'Oceano Atlantico e alle poche ore che oggi ci dividono da Pechino o New York. Così gli operatori economici di tutto il mondo stanno riflettendo su come crearsi un (complicato) piano B e riportare almeno parte della produzione nel loro Paese, visto che catene di produzione lunghe come quelle attuali impediscono di aggiustare prodotti e ordini velocemente. E qui si innesta il concetto di «reshoring». Come ha scritto di recente su Affari & Finanza Paolo Boccardelli, direttore della Luiss Business School, «l'80% delle multinazionali ha studiato un piano di rimpatrio di parte della produzione, mentre più di un governo valuta favorevolmente sconti, fiscali e contributivi, e taglio del costo del lavoro per le imprese che effettuino «back-reshoring». I settori potenzialmente interessati sono l'hi-tech, l'automotive, il tessile, il farmaceutico e l'arredo: è chiaro che sono processi lunghi e complessi, ma probabilmente inevitabili».

LAVORO CERCASI

La riflessione è, dunque, in corso. Per Carlo Capasa, presidente della Camera Nazionale della moda italiana, intervenuto su ClassCnbc «ci sono opportunità importanti, dobbiamo cercare di riportare in Italia una buona parte della produzione, abbiamo circa 300mila posti di lavoro potenziali, ma ovviamente vanno fatte norme per assumere giovani». E lo stesso Piano Colao cita il reshoring accendendo i riflettori sulla necessità di «incentivare il reinsediamento in Italia di attività ad alto valore aggiunto o produttive con l'obiettivo di rafforzare il sistema Paese e la nostra competitività».

Qualcosa in verità in questo processo di riflessione globale sulla necessità di rilocalizzare piuttosto che delocalizzare si sta già muovendo. Come raccontato da Matteo Minà su Mf, Prato, il principale distretto tessile d'Europa, da sempre modello di collaborazione di filiera, oggi formato da quasi 2.800 aziende con più di 19mila addetti, per un fatturato che si aggira sui 4 miliardi di cui oltre 1,5 di export, guarda avanti rafforzando il suo rapporto con gli agglomerati tessili del Mediterraneo, per creare una rete di sourcing alternativa all'area asiatica. Il progetto è partito appena prima dello scoppio della pandemia e da un lato punta a favorire la costituzione di una filiera tracciabile tra sette nazioni, dall'altro ad aumentare i fenomeni di reshoring (back o near, nel Paese originario o poco lontano) da paesi come la Cina. La Tex-Med Alliances, presentata il 20 febbraio scorso a Barcellona, coinvolge il distretto della Catalogna (Spagna) e quelli della Macedonia centrale (Grecia), Ben Arous e Tunisi (Tunisia), Alessandria (Egitto), Amman (Giordania) e Palestina. L'obiettivo è migliorare il rapporto qualità-prezzo, integrare le filiere, velocizzare le consegne e il servizio, dando garanzie di tracciabilità alle produzioni e attirando così commesse internazionali.

Va nella stessa direzione anche il settore calzaturiero delle Marche e della Campania e la pelletteria della Val Vibrata in Abruzzo. Segnali di rientri della produzione arrivano anche da Fermo per la produzione di cappelli. E poi c'è il caso Menarini con l'azienda che ha appena annunciato una scelta «patriottica e intelligente». Eric Cornut, presidente del Gruppo e l'azionista Lucia Aleotti hanno reso noto l'avvio della costruzione di un nuovo polo produttivo di 40mila metri quadrati a Sesto Fiorentino, concepito nel pieno della pandemia. «Serviva uno scatto di responsabilità e di affetto nei confronti dell'Italia, alla luce delle tante crisi di approvvigionamento dall'estero e di merci - come le mascherine - bloccate alle dogane. Abbiamo tenuto conto di questi insegnamenti ed è nata così la voglia di fare qualcosa».

ATTENTI ALLE SPESE

È chiaro che tra il dire e il fare ci sono di mezzo i costi di una operazione sicuramente suggestiva e gradita al consumatore, ma di realizzazione tutt'altro che semplice. «Il rimpatrio delle fabbriche diventa un tema a cui prestare la massima attenzione», spiegava il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara. «Ma il rovescio della medaglia sarà, per le aziende italiane, un significativo aumento delle spese per la produzione, a cominciare dalla maggior incidenza del costo del lavoro. Questo squilibrio nei conti delle imprese andrà compensato da sgravi tributari. La prospettiva, comunque, è di chiudere l'operazione in attivo poiché aumenterebbe l'occupazione grazie al ritorno di operai nelle fabbriche italiane con benefici per le finanze pubbliche in termini di occupazione, redditi e consumi».

Ci sono poi le implicazioni ambientali di cui tenere conto, come spiega Francesco Bruno professore ordinario di diritto ambientale all'Università Campus Bio-medico di Roma e partner dello studio legale Pavia e Ansaldo. «Si tratta di un processo di reindustrializzazione inevitabile, se il Paese vuole restare l'ottava potenza economica mondiale, ma comporta conseguenze sull'ambiente e il territorio». L'importante è farsi trovare preparati perché «si dovrà nuovamente ripensare il rapporto tra attività produttive ed ecosistemi. Ci saranno nuove esigenze legate ai processi aziendali. Sarà fondamentale governare il processo, valutare gli effetti dei sistemi produttivi sull'ambiente e ragionare su eco-distretti integrati».

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