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Parlamento

A sinistra la babele di mozioni. Giorgia strappa applausi su Kiev

Le comunicazioni della premier smascherano la discordia nel Campo largo: cinque partiti per cinque risoluzioni. I riformisti dem acclamano la Meloni sull’Ucraina e prendono le distanze da Conte

Applausi della maggioranza nell’aula della Camera dei deputati durante le comunicazioni della premier Meloni in vista del prossimo Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, Roma, Mercoledì 14 ottobre 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) Applause by the majority in the Chamber of deputies during the the address by premier Meloni ahead of the European Council on 15 and 16 October, Rome, Wednesday, October 14, 2026 (Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)

Testardamente uniti ma divisi ancora una volta in aula sull’Ucraina. Al Senato e alla Camera, nel giorno delle comunicazioni di Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo di oggi e domani, va in scena il campo largo della discordia. La postura da tenere nei confronti di Kiev fa cadere il castello di sabbia dell’unità. «L’unità non si può improvvisare» sostiene Alessandro Alfieri, senatore Pd di rito riformista, prima di entrare in aula, uno di quelli che non sprizzi di gioia per l’accordo con Giuseppe Conte. Si scorge un’aria strana nel Salone Garibaldi di Palazzo Madama. E che l’atmosfera sia particolare lo si evince quando dai banchi del Pd si levano una serie di applausi in alcuni passaggi del discorso di Meloni in cui quest’ultima critica Trump e difende Kiev. Sono applausi che rimandano all’area riformista. Secondo Radio Senato, gli indiziati sono Sandra Zampa, Walter Verini, Filippo Sensi, Graziano Delrio e Pier Ferdinando Casini.

Scuotono la testa Avs e M5S che hanno da ridire sul resoconto della premier in vista del Consiglio europeo. Su queste note l’opposizione è in modalità ognuno per sé. Cinque partiti per cinque risoluzioni. Ed è una notizia che fa sorridere il centrodestra e soprattutto l’inquilina di Palazzo Chigi. Che appena conclude il discorso, incassa gli elogi di Mario Monti, l’ex premier e senatore a vita: «Ho molto apprezzato le parti sull’Ucraina e sull’Iran del suo intervento e anche le critiche che ha mosso alle scelte del presidente Trump...». Anche Carlo Calenda strizza l’occhio a Meloni e con i cronisti nel Salone Garibaldi ci scherza su: «Le premesse del discorso di Meloni sono condivisibili, ma non c’è mai la conclusione. Mi direte che dal campo largo non sono condivisibili neanche le premesse...». Ah, il campo largo. Scorrendo il testo della risoluzione del Pd si legge che «l’Italia e l’Europa devono continuare a sostenere l’Ucraina, non solo sul piano umanitario, economico e militare come hanno fatto finora, ma anche sul piano politico e diplomatico». Tutto questo non si ritrova però nella risoluzione del M5S di Giuseppe Conte, né tantomeno in quella di AVS. Non a caso il senatore pentastellato Luca Pirondini si rivolge in questi termini alla presidente del Consiglio: «Siete venuti ieri (due giorni fa, ndr) a chiedere lo scostamento in aula, per comprare nuove armi. È questa l’Europa che sognate?».

La strategia messa in campo dall’opposizione è non parlare delle divisioni interne al campo largo ma attaccare Meloni, anche uscendo dal tema del Consiglio europeo. Matteo Renzi si serve di una battuta per affondare il colpo: «Quando c’è un problema lei presidente Meloni è l’avvocato di Gigi Proietti e se c’è una cosa che non funziona, Giorgia Meloni-Proietti dà la colpa agli altri. Questo funziona in campagna elettorale ma lei è lì da 4 anni».

Se questo succede al Senato, alla Camera si scatena Nicola Fratoianni: «Lei ha consegnato al Parlamento della Repubblica il suo comizio abituale... Saremo uniti e uniti e costruiremo una coalizione che vincerà le elezioni». Di altro tenore Elena Bonetti di Azione: «Noi abbiamo apprezzato la postura del suo discorso». Ecco poi lo show di Giuseppe Conte che si serve della risoluzione per replicare a Meloni sulla legge elettorale: «Ha detto che con questa legge elettorale non sarei mai stato eletto presidente del Consiglio. Non deve aver letto la legge perché c’è scritto che l’indicazione» del candidato premier «non vincola il presidente della Repubblica. La studi meglio». Si conclude con Schlein che strilla dai banchi del Pd e con l’opposizione che resta testardamente divisa. Di sicuro sul programma. Figurarsi sulla leadership.