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Parlamento

La Camera ferma i pm sulle chat di Delmastro. Ma Pd e 5s tifano gogna

Respinta la richiesta di acquisire le telefonate del deputato (non indagato) con Caroccia. L’opposizione strepita, sospesa la seduta

La Camera ferma i pm sulle chat di Delmastro. Ma Pd e 5s tifano gogna

La Giunta per le autorizzazioni della Camera dice «no» alla Procura di Roma che chiedeva di acquisire le chat tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, condannato come prestanome del clan Senese e indagato nel caso Bisteccheria d’Italia. L’ex sottosegretario alla Giustizia è estraneo all’inchiesta, ma con la figlia di Caroccia - la 19enne Miriam - e altri esponenti piemontesi di FdI, era stato socio nella «4 forchette Srl» che gestiva il ristorante romano. Al diniego della Giunta scoppia la bagarre al Senato e poi alla Camera. Urla, proteste, insulti. «Vergogna», accusano i Cinque stelle. «Buffoni», rispondono i Fratelli. Si sfiora la rissa. Il M5s occupa i banchi riservati al governo con tanto di cartelli «fuori le chat». Il senatore di FdI Roberto Menia strappa quello sventolato dal pentastellato Luca Pirondini. La seduta viene sospesa. Ma il caso compatta il campo largo al grido di «scudificio» e accuse pesantissime: «Il governo aiuta la mafia». Rincara il Pd: «Meloni tradisce l’insegnamento di Borsellino». Giuseppe Conte convoca una conferenza stampa: «Rimangiatevi questo voto vergognoso. Non possiamo consentire che amici e amichetti di partito siano scudati». I toni si alzano: «La mafia fa schifo ma fate schifo, sciacquatevi la bocca quando parlate di Borsellino», insiste Chiara Appendino. «Sceneggiate», replica Dario Iaia, capogruppo di FdI in Giunta: «Due pesi e due misure. Non si sono scandalizzati quando il loro senatore Scarpinato ha promosso un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta per impedire che la Commissione antimafia potesse mettere a disposizione le intercettazioni delle sue telefonate e messaggi con l’ex magistrato Gioacchino Natoli, indagato per favoreggiamento aggravato dell’associazione mafiosa».

La vicenda giudiziaria è quella che aveva portato alle dimissioni dello stesso Delmastro all’indomani del referendum sulla giustizia. L’ex sottosegretario, come detto, non è indagato. Ma Caroccia e figlia sì, per intestazione fittizia di beni e riciclaggio aggravati dall’agevolazione mafiosa. I magistrati ipotizzano che la Bisteccheria fosse un veicolo usato dal ristoratore per reinvestire i proventi illeciti del clan Senese. La Procura aveva chiesto di poter acquisire dai telefoni sequestrati a Caroccia i suoi messaggi con Delmastro, per ricostruire la genesi societaria, i rapporti tra i due, il ruolo nell’attività. L’ex sottosegretario ha sempre detto di non avere nulla da nascondere e che non sapeva dei guai giudiziari di Caroccia. Ed è anche per la mancata iscrizione sul registro degli indagati di Delmastro che la maggioranza ha votato compatta. «Lui ha dato la massima disponibilità dicendo alla Giunta fate voi, io sono pronto a fare qualsiasi cosa, non ho nulla da nascondere - precisa Giovanni Donzelli - Poi la Giunta, valutando la Costituzione, i regolamenti e il fatto che le conversazioni dei parlamentari sono riservate e che lui non è nemmeno indagato, ha fatto una scelta tecnica». Del resto anche il legale dei Caroccia, Fabrizio Gallo, aveva chiarito che le chat non conterrebbero alcun elemento penalmente rilevante e nulla che abbia a che fare con la «criminalità organizzata». Il procuratore capo Francesco Lo Voi sperava invece nella «collaborazione» del Parlamento. Il no «non ci aiuterebbe», aveva detto. Ora la palla passa all’Aula, che voterà il 30 luglio. Se il verdetto venisse confermato, ai magistrati resterebbe la strada del conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale.

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