C’è un paradosso che la sinistra non riesce a digerire: la prima donna a Palazzo Chigi non l’ha portata lei. E siccome la realtà non si può cambiare, si cambia il racconto. Ecco allora Elly Schlein (con l’eco di Elisabetta Paciotti di Avs) accusare Giorgia Meloni di voler schiacciare il potere delle altre donne con la legge elettorale, quella che blocca i capilista e concede fino a tre preferenze sugli altri nomi. Come dire, una gabbia troppo piccola, angusta, che impedisce loro, pappagalli extra large, di trovare il trespolo. Una premier donna nemica delle donne, quindi: una formula da talk show che però non regge alla prova dei fatti. Il capolista bloccato è uno strumento, non una condanna. Sono i partiti a decidere chi mettere in cima, e nulla vieta di scegliere una donna. Anzi, è proprio la lista bloccata, con l’alternanza di genere, a portare le candidate nelle posizioni utili. Non a caso nella stessa opposizione c’è chi sostiene l’esatto contrario di Schlein. E c’è la prova dei fatti più scomoda: basta alzare lo sguardo oltre i confini per accorgersi che le donne al comando stanno quasi tutte dall’altra parte. Cioè a destra. Meloni guida il governo da quattro anni. In Giappone, uno dei Paesi più indietro del G7 sulla parità, la prima premier della storia è Sanae Takaichi, conservatrice. In Francia la figura che più spaventa l’establishment è Marine Le Pen. In Germania la principale forza d’opposizione è guidata da Alice Weidel. E ai vertici dell’Europa siedono Ursula von der Leyen alla Commissione, Roberta Metsola al Parlamento, Christine Lagarde alla Bce: tre donne di area moderata e di centrodestra, nessuna cresciuta nel recinto della sinistra. In Danimarca c’è la progressista Mette Frederiksen che però ha fatto una politica sull’immigrazione che a Roma le varrebbe l’accusa di fascismo. La sinistra ha teorizzato il soffitto di cristallo, ha organizzato convegni, inventato quote, riscritto il vocabolario. Ha prodotto molta grammatica e poche premier. Il femminismo non si misura con le dichiarazioni. Si conta con i nomi. E i nomi raccontano un’altra storia.
