Dopo il sonoro scivolone di metà luglio alla Camera sulle preferenze e le successive settimane di grande agitazione all’interno della maggioranza, la legge elettorale sta attraversando senza scossoni il passaggio al Senato. Al netto delle frizioni con l’opposizione sulla norma che regola la raccolta delle firme, l’estensione del voto ai fuori sede e la modifica dei collegi elettorali della provincia di Bolzano, ieri la giornata a Palazzo Madama è infatti scivolata via tranquilla. E lo stesso accadrà oggi, quando in tarda mattinata ci saranno prima le dichiarazioni di voto e poi il voto finale sul provvedimento. Con Giorgia Meloni che sarà riuscita a far digerire a Lega e Forza Italia uno dei due passaggi chiave per portare a casa una riforma elettorale che è soprattutto lei a volere.
Certo, il vero momento cruciale - non solo per la nuova legge elettorale ma anche per la legislatura - arriverà solo fra un mese, quando il testo dovrà passare in terza lettura le forche caudine della Camera. Dove, a differenza del Senato, è prevista la possibilità di chiedere in più occasioni il voto segreto. Di qui la tentazione del governo di mettere la fiducia nei voti sui singoli articoli, così da circoscrivere il rischio incidenti solo al voto finale. Un’ipotesi su cui si sta in realtà ancora ragionando. Andare sotto un’altra volta sulle preferenze, sostiene infatti una corrente di pensiero ai vertici di Fdi, sarebbe comunque meno impattante che essere sconfessati sul voto finale. In verità, si tratta più che altro di una sfumatura, perché il senso politico non cambierebbe di molto e la legislatura sarebbe comunque compromessa. Il fatto che sul punto sia in corso un confronto all’interno della maggioranza è però il sintomo di quanto il passaggio alla Camera non sia dato per scontato. A Palazzo Chigi, infatti, sono convinti che Antonio Tajani e Matteo Salvini non abbiano più il controllo dei loro gruppi parlamentari e temono che il voto segreto possa far esplodere tutte le insofferenze di questi mesi.
È anche per questa ragione che i vertici di Fdi stanno recapitando agli alleati un messaggio chiaro: la legislatura può arrivare a scadenza, quindi a settembre 2027, ma se salta il banco della legge elettorale si torna alle urne alla prima occasione utile. Con buona pace dei circa 245 parlamentari di prima nomina (il 41% del totale) che per accedere alla pensione devono tassativamente restare in carica almeno 4 anni, 6 mesi e 1 giorno. Che scattano il 14 aprile 2027.
