L’eventualità concreta che si vada rapidamente a elezioni anticipate sembra aver sortito i suoi effetti. E buona parte del pathos che si respirava alla Camera giovedì scorso in occasione del primo voto segreto sulla riforma elettorale quello sulle pregiudiziali di costituzionalità- pare svanito come d’incanto. In un Transatlantico semi-deserto, dove tra i pochi presenti si affaccia il ministro Luca Ciriani che ha il compito di porre in Aula la questione di fiducia sui primi tre articoli della riforma, non si percepisce infatti grande preoccupazione in vista dei prossimi passaggi: due votazioni di fiducia oggi, una terza domani e infine giovedì le dichiarazioni di voto in diretta tv e per ora di pranzo il voto finale a scrutinio segreto. Un appuntamento che ormai da oltre due mesi - certamente da dopo il sonoro scivolone sulle preferenze di metà luglio - è segnato sull’agenda di Giorgia Meloni come una sorta di D-day. Ma che sembra ormai destinato a essere superato senza intoppi. Al punto che la premier avrebbe in programma proprio per le 16 di giovedì un appuntamento pubblico ad Ascoli Piceno, dove insieme al sindaco Marco Fioravanti (Fdi) potrebbe partecipare all’inaugurazione di Palazzo Paladini Pilastri. Insomma, quella di Meloni non sembra essere l’agenda di una premier che pensa di poter avere il pomeriggio impegnato al Quirinale (perché, diceva ieri Giovanni Donzelli, «se si va sotto, sale al Colle»).
D’altra parte, i numeri parlano chiaro. E dicono che nel voto segreto di giovedì scorso la maggioranza ha avuto dalla sua 229 deputati contro i 151 dell’opposizione, sette in più del previsto e, soprattutto, con una forbice di ben 78 voti. Significa che per far saltare il banco, dopodomani dovrebbero cambiare idea ben 39 parlamentari. Possibile, certo. Ma altamente improbabile.
Anche perché, nonostante l’ottimismo che si respira nella maggioranza, in Fratelli d’Italia sono intenzionati a non abbassare la tensione. Il tam tam che avvisai cosiddetti malpancisti delle preferenze, infatti, non si ferma. «Se si va sotto, non ci sono alternative alle elezioni anticipate», è il refrain.
Al più tardi a febbraio, approvata la manovra. Sicuramente molto prima che scattino i 4 anni, 6 mesi e 1 giorno di legislatura che danno diritto alla pensione ai parlamentari di prima nomina. Che sono 247 su 600, il 41% del totale. E molti di loro rischiano di non essere rieletti.
Anche le operazioni di voto saranno seguite con la stessa cura di giovedì scorso.
Non le tre fiducie che sono a chiamata nominale e scrutinio palese, ma il voto finale.
Dove ancora una volta i big di Fdi faranno da vedette in Aula per tenere d’occhio i colleghi considerati a rischio. Sarebbero una decina quelli di Fdi attenzionati ai piani alti di via della Scrofa. E per loro, come per gli altri, valgono le solite regole d’ingaggio: si vota senza mettere l’intera mano nella pulsantiera, ma solo l’indice.
Sullo sfondo, lo scontato scontro tra maggioranza e opposizione sulla scelta di porre la fiducia. Con Pd, M5s, Avs e +Europa che accusano il governo di «mettere in soffitta la democrazia parlamentare».
Dopo giovedì, invece, si inizierà a ragionare con più cognizione di causa sulla data delle voto. Da giorni a Palazzo Chigi sta prendendo quota l’election day con le amministrative a maggio. Uno scenario che ieri ha pubblicamente accreditato il capogruppo di Fdi al Senato Lucio Malan.
