In un Transatlantico affollato per il rush finale sulla riforma della legge elettorale, l’immagine che fotografa il phatos della giornata è quella di un deputato di Forza Italia fulminato da un prolungato abbiocco sul divanetto alla destra dell’ingresso principale dell’Aula. Così profondo che neanche il passaggio del presidente della Camera Lorenzo Fontana e relativo seguito riesce a ridestarlo. Complice l’ormai non più giovane età, non è la prima volta che l’esponente azzurro si concede una pubblica pennica. Ma va anche detto che mai come ieri la noia aleggiava su due voti di fiducia che - esattamente come il terzo in programma oggi - sono scontati come il sorgere del sole la mattina. Per la cronaca: 226 sì, 147 no e 3 astenuti alla prima fiducia; 227 favorevoli, 149 contrari e 3 astenuti alla seconda.
Nessuna suspense, ma solo sbadigli. Esattamente come accadrà oggi per il terzo e ultimo voto di fiducia. I riflettori sono dunque già puntati su domani, quando a ora di pranzo ci sarà il via libera definitivo alla legge elettorale, questa volta a scrutinio segreto. Un passaggio che dopo lo scivolone sulle preferenze di metà luglio veniva annunciato come una sorta di D-day del centrodestra, ma che oggi sembra destinato a filare via come l’olio. Il brivido durerà giusto qualche secondo, il tempo di aprire le votazione e attendere che Fontana certifichi l’ok alla riforma.
E che tutto andrà secondo copione lo racconta soprattutto l’aria che si respira alla Camera, dove ieri il momento di maggiore interesse è stato un banale incrocio casuale a pochi metri dal ristorante di Montecitorio tra il leader del M5s Giuseppe Conte e la segretaria del Pd Elly Schelein, con i due - reduci dalle tensioni sulle primarie - che si sono cordialmente ignorati. Per il resto, calma piatta. E capannelli tra deputati in cui nessuno ragiona su possibili sorprese e si parla solo della data delle prossime elezioni. Da Fdi continuano a veicolare la volontà di arrivare a fine legislatura, quindi settembre 2027 come vorrebbero Forza Italia e Lega. In verità, al netto di fatti nuovi che in uno scenario internazionale così mutevole non sono da escludere, a Palazzo Chigi si valuta seriamente l’ipotesi di election day con le amministrative a fine maggio. Un orizzonte temporale che coincide con l’accelerazione imposta nelle ultime settimane da Giorgia Meloni sotto il profilo della comunicazione con annunci, presenze tv, appuntamenti pubblici e kermesse di partito (Atreju potrebbe essere anticipato a fine novembre a causa dei successivi impegni internazionali della premier). E che ha un senso anche rispetto al fatto che dalla prossima settimana - con il via libera a una legge elettorale che rimette in campo le preferenze (per quanto temperate) - il Parlamento è destinato a svuotarsi. Piuttosto che venire a Roma, deputati e senatori passeranno le loro giornate a curare il territorio e in una situazione del genere è difficile reggere fino a settembre senza incidenti parlamentari.
In Forza Italia e Lega, entrambe alle prese con assestamenti interni, è una prospettiva che non convince affatto. Non a caso, Antonio Tajani dice a favore di telecamere di voler «arrivare a fine legislatura». Mentre in Transatlantico il portavoce azzurro Raffaele Nevi ricorda che «la scadenza naturale è il 12 ottobre 2027» e si potrà votare «nei sessanta giorni successivi», quindi «anche a novembre» del prossimo anno. Per la Lega l’orizzonte è lo stesso, tanto che il presidente dei senatori Massimiliano Romeo ci tiene a dire che «ipotesi di elezioni anticipate» si potranno fare «solo dopo aver concluso l’iter sull’Autonomia differenziata». Un percorso che, stando alle previsioni del ministro Roberto Calderoli, si concluderà con la fase delle intese definitive con le regioni non prima di un anno.
E sul voto a scadenza naturale della legislatura, assicurano i big di Forza Italia e Lega, Meloni avrebbe dato rassicurazioni. Che però non coincidono con quanto filtra dai piani alti di Palazzo Chigi e via della Scrofa. E pure con le interlocuzioni in corso in vista del voto. Meloni, infatti, si sta convincendo della necessità di affiancare a Fdi, Forza Italia, Lega e Noi Moderati anche una o più liste civiche che peschino al centro o sui territori. E su questo fronte il lavoro è già avviato.
