Leggi il settimanale

Quel Grignolino della concordia. Come ho fatto pace con il "gran Giuan"

Le asprezze e la generosità dell’uomo che ha inventato il romanzo del calcio

Quel Grignolino della concordia. Come ho fatto pace con il "gran Giuan"

I personaggi che hanno segnato la storia recente del nostro Paese raccontati da Vittorio Feltri. Ogni venerdì sul quotidiano cartaceo, sul sito de il Giornale e sui nostri canali social il nuovo podcast del direttore editoriale. Questa voltatocca a Gianni Brera, il grande giornalista sportivo che ha firmato anche su questo quotidiano.

Ho avuto a che fare con Gianni Brera quattro anni prima di conoscerlo di persona.

Eravamo partiti male, duellammo a lungo per iscritto tirando di fioretto, poi di spada e di clava, avendo entrambi un carattere poco incline a cedere su quel che si crede e si scrive. Nel 1988 venni inviato dal Corriere della Sera a Seul, in Corea.

Da via Solferino mi informarono che Brera, al tempo era a Repubblica, aveva scritto un editoriale in cui auspicava che Milano venisse eletta come sede delle successive Olimpiadi disponibili, nel 2000. Secondo lui la città era attrezzata adeguatamente per ospitare l'evento-mostro dello sport mondiale. La qual cosa non era vera, per cui io ero di diverso avviso. Il capoluogo lombardo, infatti, non aveva nulla, non un palazzetto, crollato sotto una formidabile nevicata tre inverni prima, non una pista di atletica, non una piscina olimpionica, non un posto per le gare di tuffi. L'Idroscalo era poco più che brullo. Invitato dal Corriere a commentare la sparata di Brera, scrissi le mie osservazioni, con parole un tantino colorite, cioè che per sostenere la candidatura di Milano bisognava essere fuori di testa. Brera non apprezzò. Rispose nota su nota, mi diede del cretino. Ci replicammo addosso finché, in calce a uno dei miei elenchi di manchevolezze dell’ipotetica Milano olimpica, scrissi: «Caro Brera, stavolta hai toccato il fondo. Della bottiglia». Brera non lanciò più la sua ascia di guerra e la cosa sembrò finire lì. Poi nacque un’amicizia. Dirigevo L'Indipendente, era il 1992, e in quei mesi io e la mia squadra di giornalisti stavamo facendo un giornale inedito, corsaro, beffardo e aggressivo, che in Italia non s' era visto ancora. A pranzo frequentavo un ristorantino, Da Roberto, in Corso Sempione, ma ero all'oscuro che fosse meta pure di Gianni. Un giorno, mentre parlo con il mio commensale, con la coda dell’occhio vedo Brera a un tavolo non lontano. Anche lui si accorge di me, per un po' entrambi decidiamo di ignorarci. A un certo punto un cameriere arriva con una bottiglia di Grignolino insieme con un biglietto: «Auguro anche a lei di arrivare al fondo della bottiglia». Alzo la testa e vedo la sua mano che con un ampio gesto ci invita al suo tavolo. Così scoprii l’altro lato di Gianni Brera, quello che i suoi amici conoscevano, quello che originava la sua prosa pirotecnica. Cioè l’atteggiamento nei confronti della vita. La sua compagnia era perfino più piacevole della sua scrittura. Ma avvicinarsi a Brera, almeno questa è stata la mia esperienza, era come esser tirati dentro una tromba d'aria, il suo tipico ventaccio di parole si alzava dalla combinazione di tre diverse velocità: le parole colte e citazioniste, quelle popolari e quelle inventate. A Brera L'Indipendente piaceva, gli piaceva lo spirito monello di quel piccolo quotidiano esperimento, il profumo di novità.

Una sera ci incontrammo a cena e mi portò uno scartafaccio che conteneva un bel po' di fogli. Erano sette racconti di varia umanità che non aveva mai pubblicato.

Me li regalò. Io decisi di pubblicarli a dispense, un racconto alla settimana. Il giornale schizzò in su di settemila copie al giorno e non le perse mai. Gianni mi aveva fatto un regalo bellissimo, da vero generoso: mille volte si era vantato, a tavola, di non aver mai scritto gratis neppure le cartoline. Nato nel 1919 a San Zenone del Po, in provincia di Pavia, è stato un contadino che ha arato non la terra, ma gli umori, i miti, la gran fiera della gente di pianura; è stato un calciatore mediocre, durante la guerra un paracadutista della Folgore per lo più dietro il banco dell'ufficio stampa della Divisione; ha attraversato il fascismo ed è diventato socialista, poi radicale (si candidò due volte, prima con gli uni, poi con gli altri), scrittore (della sua trilogia di romanzi pavesi, Il corpo della ragassa è il più celebre, perché diventò un film). Affermò di essere padano (prima di Bossi, del quale diceva che somigliasse al tenutario di un casino) di «riva e di golena, di sabbioni e di boschi». Mi raccontò che da ragazzino non aveva punto voglia di studiare, e che arrivò alla laurea in Scienze politiche solo grazie alla sorella maggiore, che lo tallonava e lo costringeva sui libri a suon di schiaffoni. Da parlatore qual era, gli piaceva lanciarsi in pronostici e altrettanto spesso li cannava, sulle previsioni dei risultati e delle carriere non era un grande meteorologo. Ma credo che per lui fossero un succedaneo più economico delle scommesse. E poi si divertivano tutti. Su Italia-Brasile al Mundial 1982 pensava che cinque gol verdeoro sarebbero finiti nel sacco di Zoff, di Mennea sentenziò che era troppo gracile per competere con i giganti della corsa, di Eddie Merckx predisse che non avrebbe vinto cose importanti perché mangiava pochi carboidrati. E tutto questo mischiando Leopardi, il latino, il dialetto lombardo, l’Inter e perfino il Genoa, che usava come copertura per non farsi uccellare ("uccellare", altro neologismo suo) dagli sfottitori dei nerazzurri.

Quanto ai calciatori, se li

girava tutti su un dito, e con la sua abilità nel dare soprannomi creò un vero Olimpo, così come i suoi racconti fecero di un banale campionato di calcio qualcosa di vicino a un poema epico, che veniva riscritto ogni domenica.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica