Umberto Pizzi è morto a Roma a 88 anni, a pochi giorni dal suo ottantanovesimo compleanno. È una notizia che produce un singolare effetto ottico: per una volta, nell’immensa fotografia della società italiana, manca quello che aveva passato una vita a fotografarla. L’uomo che aveva immortalato Liz Taylor, Richard Burton, Agnelli, Berlinguer, Andreotti, Gorbaciov, Lady Diana, cardinali, attrici, ministri, aristocratici, boiardi, nani e ballerine si è sottratto all’ultimo scatto. Ma soltanto all’ultimo. Pizzi apparteneva a una specie quasi estinta: il fotografo che arrivava prima della fotografia. Prima degli smartphone, prima che ogni invitato a una cena diventasse il proprio ufficio stampa, aveva capito una cosa banale e terribile: la verità di un personaggio non sta nella posa, ma nel momento in cui la posa gli scappa. Per questo è stato l’uomo che, a furia di fotografarla, ha raccontato l’Italia. «Lascia perdere i ritratti buoni per la lapide, la foto deve parlare», diceva.
Il ritratto ufficiale consegna un personaggio alla memoria. Pizzi voleva consegnarlo alla cronaca. Il ritratto dice: questo signore è importante. La fotografia di Pizzi domandava: ma mentre nessuno guardava che cosa stava facendo? E non a caso, questa domanda se l’è posta uno che era partito molto lontano dai salotti. Nato a Zagarolo nel 1937, quarto di otto figli, con un padre bracciante e una madre che lavava i panni dei ricchi, a sette anni andava a spigolare il granturco. La scuola finì alla seconda media. Poi vennero il legno, i mattoni, dodici ore di lavoro. Prima di fotografare i potenti aveva conosciuto la fatica dei poveri. Forse fu questo il suo primo obiettivo: guardare gli uomini, senza soggezione. La fortuna arrivò con un ricco signore invalido, proprietario delle Terme di Fiuggi e dell’Ambasciatori Palace, lo prese con sé. Pizzi girava in Rolls Royce, incontrava Fellini, Walter Chiari, Ava Gardner, Sophia Loren, Mastroianni, Onassis. Ma prima dei salotti fu fotoreporter nel mondo: Iran, Iraq, Turchia, Siria, Giordania. La sua scuola non fu una scuola di fotografia: fu il mondo. Poi arrivò Roma. E Roma, per Pizzi, non fu una città: fu un safari. Nella sua casa-archivio di Zagarolo, tra fotografie, faldoni, gigantografie, musica e la celebre sciarpa rossa, Pizzi sembrava insieme monaco, archivista e cacciatore. Perché non fotografava semplicemente i potenti. Li aspettava.
Per Liz Taylor si arrampicò su un albero e rimase tutta la notte davanti alla villa di Capri. Al mattino la fotografò in piscina con Richard Burton: la diva si sdraiò e apparvero anche alcuni rotoli di grasso sulla pancia. Non era una disgrazia. Era una notizia. Con Sophia Loren finì in cella ai Caraibi. Con Depardieu raccontò di essere arrivato alle mani dopo che l’attore, alticcio, gli aveva chiesto la pellicola. E poi c’era Mastroianni. «Perché non vai a fare il metalmeccanico?», gli diceva Marcello. «Vacci tu a farlo», rispondeva Pizzi.
Il passaggio dalla Dolce Vita al Cafonal fu una questione di anatomia storica. Nel 1991, a Venezia, Pizzi fotografò a una festa Agnelli, Jack Nicholson e Richard Avedon. La baronessa Francesca Thyssen aveva uno strascico di Versace. Con un movimento, lo strascico si sollevò, Pizzi vide ciò che non avrebbe dovuto vedere e il mondo pagò per vederlo. Raccontò di aver venduto lo scatto a più giornali per oltre duecentomila dollari. Qui finisce la Dolce Vita e comincia qualcosa di molto italiano: il Cafonal.
Con Roberto D’Agostino costruì una commedia umana per immagini nella quale la fotografia mondana smetteva di essere celebrazione e diventava anatomia. La festa non interessava per chi partecipava, ma per ciò che rivelava: il piatto, la smorfia, il bicchiere, la fame, la vanità, il vestito troppo stretto, il politico che mangia, il ricco che beve, l’intellettuale che si imbuca. Pizzi aveva inventato la scienza politica del buffet. La Prima Repubblica se la divorò a scatti. Andreotti si lasciava fotografare persino mentre mangiava. De Michelis era una miniera. Pertini lo abbracciava. Berlinguer, incontrato per strada mentre salutava alcuni operai, gli rimase impresso come un uomo che non aveva bisogno di mettersi in posa per essere un personaggio. Era questo che Pizzi cercava: non il potere, ma la sua involontaria verità.
Pizzi era comunista dichiarato, amico di Almirante, capace di stare nei salotti della destra come in quelli della sinistra. Il suo archivio è bipartisan perché bipartisan è il ridicolo umano. La macchina fotografica non vota: osserva. Pizzi si definiva il fotografo «antropologo». E il suo archivio è diventato più importante del fotografo stesso: un patrimonio sterminato nel quale l’Italia appare senza l’eleganza con cui ama raccontarsi. La Rai, nel 2026, gli ha dedicato Profumo di Pizzi, quattro puntate costruite su sessant’anni di storia italiana, dalla Dolce Vita allo Stracafonal. E lì si capiva bene quale fosse il suo talento: prendere sul serio la realtà senza prendere troppo sul serio quelli che la portavano in scena. Pizzi diceva che la fotografia deve parlare. La sua, più spesso, faceva confessare. E adesso che il fotografo non c’è più, toccherà alle fotografie continuare l’interrogatorio.
