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“Milano ritorni alla solidarietà delle sue antiche case di ringhiera”

L’artista Enrico Bertolino lancia il suo appello: più alleanze, meno disinteresse e un ritorno al senso di collettività

Bertolino al Castello dà lezioni di vita. "L’ironia ti salva dall’esaurimento"

Dopo ogni viaggio desidera tornare a casa, nella sua Isola. «Amo Milano: quando gli impegni di lavoro ti portano lontano, ti riscopri ad apprezzare le tue radici». Enrico Bertolino comico, conduttore (ma è stato anche impiegato in banca e formatore) abita nel quartiere dove è nato, fra via Volturno e via Confalonieri.

«Era un posto malfamato questo. Prima della Milano da bere, ci si ammazzava per strada, in tutta la città c’erano le bande, si contavano 2-4 delitti al giorno, niente a confronto di oggi».

Anche oggi però abbiamo un problema di sicurezza.

«Non dico di no, c’è in tutto il Paese. Penso sia preponderante il degrado e che sia figlio dell’indifferenza ma non mi riferisco solo alle istituzioni. Tutti noi dovremmo essere meno indifferenti. Ad esempio davanti a una situazione critica non pensare di riprenderla girando un video da postare sui social. Poi è facile dare la colpa al sindaco: gli amministratori sono i parafulmini umani ma l’ordine pubblico compete anche alla prefettura».

Se fosse lei il sindaco cosa farebbe?

«Premetto che se Sala mi suggerisse le barzellette gli direi fai il tuo mestiere ma per rispondere dico che eviterei le commistioni politiche e farei alleanze, il più possibile. La Regione mi chiede di costruire qui la propria sede? Acconsento ma in cambio vorrei un intervento a favore della città. La prefettura chiede soluzioni sul traffico? Va bene ma poi vorrei qualcosa per la sicurezza».

Come i carri armati a presidiare le strade?

«Mi sfugge il senso di questa scelta: che effetto di dissuasione posso avere i cingolati davanti a certi posti quando poi scippi e violenze accadono altrove? Dico che la dissuasione può richiamare l’attenzione ma ci deve essere un coinvolgimento esteso, più senso di responsabilità da parte di tutti».

Cosa ha smarrito questa città?

«Il senso di inclusione. Nel mio quartiere i cinesi si occupano di manicure, gli ucraini fanno gli idraulici, gli arabi vendono la frutta, i bengalesi i fiori, se queste persone lavorano, i loro figli devono essere italiani, se ne faccia una ragione Vannacci».

Se invece arrivano e creano problemi?

«Essere inclusivi e generosi non vuol dire sopportare».

Tornando all’ipotetico ruolo di sindaco...

«Se non dovessi riuscire a instaurare alleanze mi dimetterei, inutile restare con il cerino. Spesso si guardano i problemi urbani dimenticando che sono nazionali. Ricordo l’impatto che ebbe il primo gruppo di sindaci della Lega, erano nati sull’euforia popolare dei barbari sognanti, hanno rimesso in sesto le finanze, riaperto le città agli eventi. Oggi vedo che è passata l’era dei paladini dell’onestà, c’è stata un’involuzione, temo sia dovuta al lassismo: dove non c’è controllo, c’è anarchia».

Da dove cominciare?

«Il livello di civiltà non dipende nè da un sindaco nè dalla polizia urbana nè dalla prefettura: se la città è tua allora fai qualcosa, proteggila. Al mattino presto vedo corso Como somigliare a una cloaca nonostante i mezzi dell’Amsa siano al lavoro dalle sette. C’è un’ immensa sporcizia davanti a case che costano 10mila euro al mq, evidentemente ci hanno fregato».

Chi ci ha fregato?

«In pochi anni il prezzo di acquisto delle case è lievitato. Un monolocale in zona Martesana oggi è proposto a 8mila euro al mq. Quando chiedi come sia possibile un aumento di più di tremila euro al mq in pochi anni la risposta è c’è chi lo compra. Il mercato delle agevolazioni fiscali ha attirato investitori ricchi. Così i giovani sono costretti a cercar casa fuori Milano, si racconta che la vita fuori è bellissima e verde e sarà anche così ma poi vedi le code sull’autolaghi e sai che se smetti di lavorare alle sei di sera arrivi a casa alle nove, ecco perchè il milanese è incazzato».

Cosa le piace?

«La Darsena è stata fatta bene, la Biblioteca degli Alberi è stata una promessa mantenuta, avrebbero potuto edificare tutto come a CityLife chiudendo i varchi, invece qui ci sono le aiuole, le aree per i cani, le fontanelle. Un lavoro accurato. Ora tocca ai cittadini fare qualcosa».

Sulla Ztl dell’Isola?

«Premetto che mi sposto a piedi e uso i mezzi. Ma ho un vecchia vettura elettrica che non riesco più a caricare perchè alla postazione del rifornimento c’è sempre un’auto posteggiata. La movida in via Borsieri è nata dopo la pandemia, quando furono dati i permessi per i dehors, allora è giusto chiudere le strade ma occorre anche regolamentare l’ordine pubblico. Dico che ciascuno di noi deve fare la propria parte. Se faccio un concerto e un mio musicista si mette a tirare le bottigliate devo intervenire io».

Cosa pensa dei teatri?

«Provo disagio quando passo davanti ai luoghi dello Smeraldo o del Ciak, definitivamente chiusi. Eppure la gente ci va a teatro. Nelle sale si fanno anche conferenze, lectio brevis. Ci vorrebbero più spazi per i ragazzi che escono dalle scuole di recitazione. Sarei più contento di pagare le tasse comunali se vedessi il Comune fare qualcosa per i giovani».

Milano ha sempre il cuore in mano?

«Eccome, c’è un ampio lato generoso che però non copre quel degrado di cui abbiamo parlato. Ci sono le code per diventare volontari all’Opera San Francesco. Dal mio punto di vista donare tempo e spettacoli è una restituzione, sono riconoscente a questa città».

Un messaggio ai lettori.

«Recuperiamo il senso delle case di ringhiera, la collettività che evita lo sfascismo (di chi sfascia tutto) e il luogo comunismo (di quelli che usano i luoghi comuni)».

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