Forse vuole provocare o forse in laguna le parole sono più veloci del pensiero. Michele Placido va in conferenza stampa e scaglia sulla passerella rossa una frase che è peggio di un meteorite: «Ci sono in Parlamento persone che sono peggio di Vallanzasca. Questo è un dato di fatto». Quale? Mistero. Con chi ce lha Placido? Vai a sapere. Certo, è un po imbarazzante mettere a confronto curricula criminali, ma per quanto la casta ci abbia abituato ad una discesa senza freni nel degrado, le gesta del bandito della Comasina restano un unicum. Un unicum che gronda sangue, un unicum che ci trasmette il dolore di tante, troppe vittime innocenti, un unicum interminabile di rapine, sequestri, omicidi, furti. Lo arrestano la prima volta a otto anni, sulla soglia dei 21 è già un ladro rispettato.
Ma quello è solo lincipit di una carriera sanguinaria che è un paradigma della ferocia umana. La banda cosiddetta della Comasina, dal nome di un quartiere di Milano, si afferma negli anni Settanta. La rapina ad un supermercato nel 72 si trasforma in un fiasco e Vallanzasca deve stare al palo, in cella, per quattro anni e mezzo. Tanti, ma i bollori non si placano. Il personaggio non conosce confini e appena fuori ricomincia: Milano, e non solo, diventano il suo far west. È un susseguirsi di sparatorie, morti, feriti. Il 23 ottobre 76 Vallanzasca ammazza un poliziotto ad un posto di blocco dalle parti di Montecatini. La banda si sposta al Sud e ad Andria, in Puglia, abbatte limpiegato di una banca. Tenere i conteggi del sangue versato diventa difficile. Muore un medico, muore un vigile urbano, muoiono tre poliziotti. A cavallo fra il 76 e il 77 il bandito si lancia nel ramo sequestri e cattura Emanuela Trapani, rilasciata dopo il pagamento di 1 miliardo.
La sua è una vita bruciata fra donne e pallottole. Senza soluzione di continuità. Senza esitazioni. Senza tentennamenti. Lo acciuffano, si sposa in carcere, a Rebibbia, poi divorzia ed evade da San Vittore. Lo prendono di nuovo e di nuovo trova la strada per scappare. Lo ricatturano e lui riesce a beffare le forze dellordine svanendo dalla nave che lo sta portando allAsinara. La legge è lenta, lui è veloce, ma alla lunga perde la guerra. Gli stringono le manette ai polsi e questa volta sarà quella definitiva. Gli anni passano, anche per lui, il ghigno e i baffi sono sempre gli stessi ma Vallanzasca non è Houdini e quando tenta di scivolare per un oblò gli va storta. È l87 e il mito comincia ad ingrigire. Lentamente Vallanzasca appassisce in cella. La legge, che non ha mai fretta, riesce un poalla volta a sistemare i conti: quattro ergastoli e 260 anni di carcere, quattro sequestri, tre evasioni e sei omicidi. Anzi sette, perché nel libro scritto con Leonardo Coen, Lultima fuga, e uscito proprio in contemporanea con il film di Placido, Vallanzasca ammette quel che non aveva mai ammesso: fu lui ad eliminare Massimo Loi, un ragazzo di ventanni che faceva parte della sua banda. Accadde nel carcere di Novara: due coltellate al petto, unaltra allo stomaco, lultima per squarciare la gola, prima di lasciare il corpo allo scempio degli altri detenuti. La colpa di Loi? Aveva sgarrato e si era permesso di partecipare ad un raid punitivo contro i genitori di Vallanzasca: li avevano sorpresi nel loro appartamento, li avevano picchiati e si erano fatti consegnare cento milioni di lire. Una colpa imperdonabile. Troppo per il bel Renè.
Troppo come tutto il resto nella vita di Vallanzasca. Ora sono tanti anche gli anni di carcere scontati, certo molti più di quelli che mediamente finiscono sulle spalle di assassini, rapinatori e stupratori. Ma non è questo il punto, non può essere questo. Vallanzasca, proprio per la sua eccezionalità, era un simbolo e come tale è stato trattato dallo Stato. Non è questo il punto. A cosa si riferisce Placido? Forse alla grandezza, alla grandezza capovolta sia chiaro, che spesso traspare fascinosa dalle imprese dei grandi criminali? Forse il retropensiero è di contrapporlo ai colletti bianchi che frugherebbero impunemente e impunemente siederebbero in parlamento. Se è così, e forse è così, siamo alla solita retorica dei luoghi comuni sociologici. Quelli che tutto giustificano, di solito dando la colpa ad uneducazione sbagliata, e tutto allineano, alimentando il qualunquismo peggiore.
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