Polanski arrestato come in un film grottesco

Qualcuno giri un film sulla storia di Roman Polanski. Dramma, tragedia, comicità, equivoci. C’è tutto, c’è di più. Perché c’è un uomo che non è più latitante. Sul foglio che ha firmato ieri in cella a Zurigo c’è scritto questo: «Arrestato in attesa di estradizione». Non si riapre nessuna storia, ma si chiude un capitolo che trentuno anni non erano riusciti a seppellire. Cioè: per noi era tutto finito, forse per molti non era neanche cominciato. Quanti sapevano ancora dei guai del regista polacco-francese? Noi che l’abbiamo visto lavorare, parlare, ridere, scherzare, avevamo rimosso il suo buco nero. C’era solo l’altra storia, quella dell’omicidio della moglie Sharon Tate. Polanski era un uomo ferito a morte dal dolore, una persona sofferente, un genio sensibile vittima di una tragedia immensa faticosamente superata coi film, col lavoro, con un’altra moglie, con la vita. Lo stupro no. Lo stupro è passato, triturato dal vortice del resto, caduto nell’oblio, avvolto dalla disperazione provocata dall’omicidio di Sharon.
Non ce la ricordavamo più quella strana notte del 1977, quando Roman sedusse una ragazzina di 13 anni a casa di Jack Nicholson promettendole una carriera da star. Ci eravamo dimenticati del processo. Ci era passata di mente la latitanza. Perché Polanski non andò a prendere l’Oscar per il Pianista nel 2003? Lo scrissero tutti, ma nessuno se ne ricordava più. Era un ricercato, Roman. Un genio da cella, scappato perché quella notte nella villa di Nicholson si trasformò in un processo per stupro, pedofilia, sodomia, perversione e uso di droga. Ad accusarlo trent’anni fa c’erano la ragazzina Samantha Geimer e sua madre. Polanski accettò il patteggiamento, ammettendo di aver abusato di Samy, ma ottenendo il ritiro delle altre accuse: 42 giorni di carcere, la sentenza. Mai eseguita, perché il regista partì per l’Europa e non tornò mai più in America. La scusa di un film da finire e invece la voglia di darsela a gambe per paura che la pena potesse aumentare. Decollò, Roman. Basta Hollywood e basta Stati Uniti.
Ha cominciato un’altra esistenza e con lei però anche una vicenda che adesso suona come una commedia dell’assurdo, dove ognuno non fa quello che dovrebbe fare, dove non si sa più chi sia la vittima e chi l’aguzzino, dove il giudice vuole uno show e un regista invece vuole il silenzio. Polanski firmò per il patteggiamento, giusto? Lo fa chi accetta un destino, invece lui è scappato, contravvenendo a un patto non scritto che fanno gli imputati e la corte quando si mettono d’accordo. La sua fuga ha creato decine di complici consapevolmente colpevoli. C’era un mandato internazionale di cattura che nessuno ha rispettato, che nessuno ha applicato, che nessuno ha voluto vedere: per trent’anni Polanski ha girato l’Europa senza essere toccato né infastidito, ha lavorato a decine di film, ha ritirato premi, ha rilasciato interviste, s’è risposato. Viene preso ora, nel Paese più insospettabile nel momento più insospettabile. Perché il paradosso è che l’hanno ammanettato mentre andava a ritirare un premio alla carriera che la Svizzera gli dava. La Svizzera, cioè il posto dove hanno trovato rifugio altri accusati di reati molteplici, compreso qualche gerarca nazista, e che adesso, invece, arresta Polanski seguendo alla lettera un accordo bilaterale che ha con gli Stati Uniti. La lealtà tra Paesi non copre l’altro equivoco paradossale. Roman viene arrestato nel momento in cui Samy, la vittima, l’ha perdonato: «Ho una vita felice e altrettanto auguro a Polanski. Anche se ero giovanissima, mi resi conto che non sarebbe stato un processo equo. Fin dall’inizio il giudice aveva affermato di volerlo sbattere in galera per 100 anni. Quel giudice voleva un processo mediatico».
Allora non si capisce: Roman quella notte del 1977 esagerò con Samantha e lo ammise, però Samy non vuole vederlo punito per questo, perché in realtà la punizione sarebbe esagerata rispetto al crimine. Cioè la vittima che pensa che la vera vittima sia l’aguzzino. Un miscuglio, un intruglio, un caos. Tutti contro tutti e però contro nessuno. Compreso il giudice che qualche mese fa ricevette la richiesta di archiviazione da parte di Polanski. Rifiutata, nonostante anche gli avvocati di Samantha Geimer fossero d’accordo. E tutti a pensare che fosse ovvio: il giudice era lo stesso che voleva condannare il regista a 100 anni. E invece no, era un altro. Però nella Corte di Santa Monica c’era ancora Peter Espinoza, l’ultimo giudice in vita a essersi occupato del caso. Paradossale anche lui: «Il pubblico ministero, all’epoca del processo, ha commesso errori sostanziali». Allora la domanda: archiviamo? «No». In nome della legge. E in nome dell’ultimo equivoco.