Mentre l'Europa accelera sulla digitalizzazione e l'Italia investe miliardi di euro per colmare il gap infrastrutturale, sul mercato delle tlc si sta aprendo un fronte destinato a incidere direttamente sulle bollette Internet delle famiglie e sulle prospettive competitive del settore. Al centro del dibattito il nuovo quadro regolatorio definito dall'Agcom dopo il riconoscimento di FiberCop come operatore wholesale only.
A lanciare l'allarme è un recente Focus dell'Istituto Bruno Leoni (Ibl) firmato da Davide Mattone e Carlo Stagnaro, secondo cui il settore starebbe vivendo un processo di «ri-statalizzazione e ri-monopolizzazione». Il punto centrale riguarda il superamento del principio dell'orientamento ai costi. Con la delibera 58/2026, infatti, il criterio che legava tariffe e costi sostenuti è stato sostituito da un più generico requisito di «equità e ragionevolezza». Una modifica che lascia all'operatore di rete più libertà tariffaria anche nelle aree dove opera in sostanziale monopolio.
Il nuovo listino proposto da FiberCop per consentire agli altri operatori di accedere alla propria rete rende evidente il cambio di paradigma. I canoni mensili aumentano mediamente del 15% sia sulla rete in rame sia sulla fibra, mentre alcuni contributi per attivazioni e migrazioni registrano rincari superiori al 500%. Aumenti che difficilmente gli operatori potranno assorbire per intero e che in parte rischiano di essere scaricati sull'utente finale facendo aumentare i prezzi per gli abbonamenti. Secondo il Focus, poi, il problema non riguarda soltanto l'entità degli aumenti ma soprattutto gli effetti che ne derivano. Il rapporto osserva infatti che «il meccanismo è chiaramente pensato per scoraggiare l'infrastrutturazione», creando «un incentivo economico implicito agli operatori affinché affittino servizi attivi anziché investire nella differenziazione delle proprie offerte».
La questione assume un rilievo maggiore se si considera che, nella regolazione tradizionale dei mercati infrastrutturali, la possibilità di aumentare le tariffe è sempre stata collegata a investimenti dimostrabili e a costi efficienti. Il nuovo quadro regolatorio rompe in parte questo legame. Secondo l'analisi dell'Ibl, il rischio è generare una rendita di posizione non necessariamente associata a nuovi investimenti, soprattutto nelle aree dove la concorrenza infrastrutturale è più debole. Per questo gli autori parlano della necessità di valutare non soltanto l'entità dei rincari ma l'insieme degli incentivi che producono sul mercato.
È il caso della cosiddetta fibra passiva. Gli operatori che acquistano fibra spenta per installare apparati proprietari e sviluppare servizi innovativi finiscono paradossalmente per sostenere costi superiori rispetto a chi acquista un servizio già pronto. Il risultato è quello di scoraggiare gli investimenti e favorire la standardizzazione delle offerte, trasformando progressivamente gli operatori in rivenditori. Il risultato è che chi investe in innovazione finisce per trovarsi in una posizione economicamente meno vantaggiosa rispetto a chi si limita a rivendere servizi acquistati a monte. Secondo il rapporto, l'effetto è quello di spingere gli operatori ad abbandonare progressivamente ogni progetto di infrastrutturazione propria, riducendo la pressione competitiva che negli ultimi anni ha contribuito all'innovazione del settore.
A rendere ancora più delicata la questione è il ruolo dei finanziamenti pubblici. Negli ultimi anni la realizzazione delle reti di nuova generazione è stata sostenuta da miliardi di euro provenienti dal Pnrr e da fondi pubblici per la banda ultralarga. Risorse nate proprio per ridurre il rischio degli investimenti infrastrutturali. Da qui la domanda posta implicitamente dal rapporto: se una parte significativa della rete è stata cofinanziata con denaro pubblico, perché il sistema dovrebbe sostenere anche un aumento generalizzato delle tariffe? Infine c'è il tema della migrazione dal rame alla fibra.
Il Focus sottolinea che il forte aumento dei costi di attivazione e disattivazione «rende economicamente più oneroso per gli operatori migrare la base clienti ancora attestata al rame su reti in fibra». Un effetto che appare in contrasto con gli obiettivi di digitalizzazione del Paese. Soprattutto in un periodo nel quale aumentare la competitività dovrebbe essere un fine condiviso.