Oggi entra in vigore il regolamento Ue 2025/40 sugli imballaggi, noto come Ppwr. Si tratta di un insieme di norme i cui obiettivi sono la riduzione dei rifiuti di imballaggio (taglio del 5% entro il 2030, del 10% entro il 2035 e del 15% entro il 2040), l’eliminazione del packaging ritenuto superfluo e monouso (favorendo riutilizzo e impiego di soluzioni ricaricabili), la fissazione di quote minime obbligatorie di plastica riciclata negli involucri.
In apparenza tutto bene, ma in realtà siamo di fronte a una nuova (e nefasta) interferenza della politica nelle logiche produttive, basata sul fatto che esisterebbero obiettivi - quelli cari ai politici di Bruxelles - da anteporre a ogni cosa. Le nuove regole ci vincolano ancora di più, sacrificando molte nostre piccole libertà? Non importa. Avremo costi crescenti per imprese e consumatori? Poco male. Quel mix di ideologia e interessi che contraddistingue le logiche eurocomunitarie non ha minimamente a cuore i diritti e nemmeno il futuro delle nostre aziende.
Il risultato sarà un’ulteriore riduzione degli spazi di azione dei singoli, insieme a un appesantimento dei costi che gravano sul sistema economico, e che già ora fanno dell’economia europea una delle più in difficoltà. Il tutto sulla base di una visione distorta del diritto, dato che nella tradizione liberale vi è una presunzione fondamentale a favore dell’autonomia dell’agente. L’individuo e le imprese dovrebbero godere della piena libertà di progettare, produrre, scambiare e consumare beni secondo le proprie preferenze e negoziazioni private, mentre l’ordinamento giuridico interverrebbe esclusivamente ex post, ovvero quando un’azione concreta abbia causato un danno effettivo e reale.
Ormai non è più così e questo spiega in larga misura il declino del Vecchio Continente.
