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Politica economica

Ex Ilva, col Pd Taranto capitale della Cig

Tra oggi e il 14 settembre il verdetto del tribunale sull’area a caldo. Ecco perché lo Stato entrerà nella newco

Ilva, d-Day in tribunale ma si apre uno spiraglio

Oltre 40 tavoli aperti in Regione e 30mila lavoratori coinvolti. Al Pd - con il regno di Emiliano prima e con Decaro oggi - piace la Cig che, con la vertenza ex Ilva, potrebbe assumere dimensioni impressionanti. Se la decisione dei giudici - che si sono riuniti ieri, ma il cui verdetto è atteso tra domani e il 14 settembre - dovesse confermare la chiusura dell’area a caldo, Taranto diventerà a tutti gli effetti una città in cassa.

Il governo non avrebbe infatti alternative per traghettare gli esuberi in attesa di novità, sia sul fronte della vendita, sia su quello dei progetti alternativi per il ricollocamento: Cig per tutti. Certo il caso Ilva, con i suoi 10mila lavoratori, sarebbe la goccia che fa traboccare il vaso che (a Taranto e in Puglia) è già al limite. Negli anni in città molte realtà industriali sembrano essere state colpite da una maledizione. Nel 2013 la multinazionale danese Vestas Nacelles, attiva nell’eolico, aveva annunciato la cessazione delle attività con la mobilità per 127 lavoratori. Nello stesso anno anche il gruppo Marcegaglia ha lasciato il capoluogo pugliese dopo una fallimentare riconversione al fotovoltaico di un sito per la produzione di caldaie industriali. Nel 2021, il gruppo Albini ha abbassato definitivamente le saracinesche dello stabilimento della Tessitura di Mottola, in provincia di Taranto, mettendo in liquidazione la società controllata e lasciando senza lavoro oltre 100 dipendenti. Anche Cemitaly, del gruppo Italcementi, che anni addietro ha rilevato gli impianti dalla Cementir, ha interrotto la produzione dopo una lunga agonia e tiene da allora i dipendenti in cassa integrazione. Proprio ieri il Corriere di Taranto ha scritto che è stata rinnovata la cassa integrazione straordinaria per 36 lavoratori di un altro anno. Un po’ più in là, a Bari, non va meglio in casa Natuzzi che prevede la chiusura definitiva della fabbrica Jesce 2 di Santeramo, la sospensione temporanea dei siti Graviscella e Altamura e il trasferimento di quasi 700 lavoratori negli impianti che resteranno operativi, con un ampio ricorso alla cassa integrazione. E poi Vestas che ha spostato il business eolico a Potenza.

Insomma, conti alla mano, il bilancio è da record (negativo): e il primato va alla provincia di Taranto che nel 2025 (con il caso Ilva ancora inesploso) ha rappresentato oltre il 50% delle ore di cig 2025, 16 milioni, di cui 14,5 straordinaria.

Uno scenario catastrofico che chiama in causa la gestione politica a Bari, a Taranto e in Puglia e che (in apparenza) potrebbe rafforzare i tanti sostenitori di una nazionalizzazione del siderurgico. Eppure, la scelta del governo di entrare nella eventuale newco come garante seguendo di fatto il piano industriale, per poi uscire dall’azionariato in tempi sicuri e con il privato che ha portato a termine il piano promesso, è quella più economicamente corretta per il sistema Paese. Nazionalizzare Ilva oggi costerebbe miliardi, il conto con l’area a caldo era di 13 miliardi. Oggi, senza Afo ma con le bonifiche, il capitale circolante e gli investimenti per lo sviluppo verde dell’acciaio si arriva almeno a 11 miliardi. Uno sforzo finanziario che le casse pubbliche non possono sostenere.

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