L’ex Ilva arriva alla settimana decisiva seduta su due bombe a orologeria: da una parte il ricorso sulla chiusura dell’area a caldo, dall’altra la crisi dell’indotto, già alle prese con 2.500 lettere di licenziamento che potrebbero diventare 10mila se lo stop sarà confermato. E sullo sfondo c’è la Regione Puglia, la cui posizione appare difficile da decifrare.
L’ente guidato da Antonio Decaro si è costituito davanti alla Corte d’Appello di Milano, in vista dell’udienza di domani, nei procedimenti promossi da Ilva e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, che chiedono la sospensione del decreto del 27 luglio con cui i giudici hanno disposto la chiusura dell’area a caldo entro il 28 ottobre. Ma la Regione, invece di schierarsi con chiarezza, sceglie la via dell’equivoco. Nell’atto depositato dall’Avvocatura regionale si legge che, «in continuità con le precedenti fasi processuali», si rimettono ai giudici «ogni valutazione e conseguente decisione che consenta la totale decarbonizzazione dell’impianto a tutela della salute, dell’ambiente e del diritto al lavoro».
Tradotto: la Regione dice di volere la decarbonizzazione, ma lo fa dentro un procedimento nel quale la conseguenza immediata è lo spegnimento dell’area a caldo. Il centrodestra accusa Decaro di mettere a rischio il lavoro; i comitati dei cittadini contestano invece qualsiasi ipotesi di continuità produttiva. «Non si può affermare di voler tutelare il lavoro e poi sostenere una linea che mette in discussione migliaia di posti di lavoro», attacca il senatore di Fratelli d’Italia Matteo Gelmetti, parlando di una Regione «sempre più contraddittoria».
Gli undici cittadini di Taranto che hanno promosso la causa chiedono invece di respingere il ricorso. I loro legali parlano di «ossimoro logico e processuale» e sostengono che «l’epoca dei diritti tiranni della produzione è terminata definitivamente»: «un impianto si può sempre sostituire, mentre la vita e la salute umana no».
Intanto la realtà industriale presenta il conto. Oggi a Palazzo Chigi il governo incontrerà enti locali, imprese e sindacati. Al centro ci sarà anche l’indotto, con le procedure di licenziamento collettivo avviate da 28 aziende per oltre 2.500 lavoratori. Se il blocco dell’attività sarà confermato, il conto potrebbe arrivare a 10mila posti di lavoro.
«Siamo sull’orlo del baratro, ma ancora non c’è un progetto valido», avverte il presidente di Confapi Taranto Fabio Greco, chiedendo come si possa «disinnescare la bomba sociale». Il nodo è la transizione industriale: senza un progetto credibile, a Taranto rischia di restare soltanto la crisi.
