La pace quasi idilliaca che si era instaurata tra Donald Trump e il neo eletto presidente della Federal Reserve Kevin Warsh potrebbe già essere agli sgoccioli. Dopo soli quattro mesi di convivenza, infatti, sembra che con la riunione di oggi le loro strade potrebbero già separarsi. Da una parte il tycoon spinge per un taglio dei tassi, per festeggiare lo stato di salute dell’economia americana e spingere i consumi, dall’altra però, il presidente della Fed sembra pronto a consegnare il primo rialzo dei tassi da luglio 2023, portando i Fed Funds al 3,75%-4%.
Sono molti gli indizi che hanno spinto la probabilità di un rialzo di 25 punti base nella riunione di oggi al 90%. Già a luglio - quando si era deciso di mantenere i tassi invariati - tre presidenti delle banche regionali della Fed avevano votato contro, a favore di un rialzo dei tassi. Inoltre, nelle ultime settimane, il discorso Warsh a Jackson Hole del 28 agosto, aveva lasciato intuire al mercato un orientamento ancora più restrittivo. L’ago della bilancia, però, dovrebbe
essere il dato dell’indice dei prezzi al consumo di agosto, pari al 3,4%. Con l’inflazione di fondo che non suggerisce in alcun modo un ritorno sulla strada che riporterebbe il prezzo del denaro verso il 2,0%, anzi. Così, se Warsh sarà fedele alle sue promesse e l’obiettivo continuerà ad essere quello di riportare il tasso di inflazione sotto la soglia psicologica del 2%, la decisione di oggi dovrebbe essere scontata. C’è anche un altro fattore, questa volta non economico, che spinge verso un aumento dei tassi: la credibilità. Tenere i tassi fermi all’intervallo tra il 3,5% e il 3,75% significa affidarsi al volere di Trump, non seguire le necessità del mercato. E senza credibilità, anche la banca centrale più grande al mondo perderebbe il suo ruolo centrale.
Sullo sfondo - uno sfondo difficile da ignorare - il petrolio ormai è tornato stabilmente sopra i 100 dollari al barile e il diesel supera i 6 dollari al gallone (con un aumento del 61% rispetto allo scorso anno), battendo anche il precedente record di 5,82 dollari registrato
nel 2022. Il rischio è così che lo shock energetico alimenti nuovamente le aspettative d’inflazione proprio mentre la Fed cerca di riconquistare credibilità. Anche il rendimento del Treasury decennale segnala quanto il mercato stia prendendo sul serio questo rischio. Ieri i rendimenti dei titoli di Stato statunitensi a dieci anni sono infatti volati ai massimi dal 2007, al 5,07%, mentre i trentennali si sono attestati al 5,37 percento. Per frenare la corsa dei Treasury la Fed deve dimostrare di fare seguire ai toni restrittivi con un’azione concreta, che potrebbe anche non essere l’unica nel medio periodo. Un sondaggio di Reuters mostra come circa il 53% degli economisti ora prevede almeno un altro rialzo entro la fine di marzo, contro la maggioranza che solo una settimana fa si aspettava tassi invariati.
