I numeri dell’economia italiana continuano a smentire i profeti di sventura. La fotografia diffusa dall’Istat sul secondo trimestre 2026 certifica la solidità dei fondamentali del Paese e del percorso tracciato dal governo. L’economia cresce dello 0,2% su base congiunturale e dell’1% su base annua, portando la crescita acquisita per il 2026 già allo 0,8%, a un passo dal target programmato nel Dpfp (+1%).
Ma è sul fronte dei conti pubblici che arriva la risposta più solida: il deficit registra un netto miglioramento, scendendo al 2% del Pil rispetto al 2,1% dello stesso periodo del 2025. In questo quadro si inserisce il dato sulla pressione fiscale, salita al 43,5% (+0,5 punti su base annua). Un aumento che le opposizioni provano a strumentalizzare, ma che in realtà risponde a un preciso tecnicismo contabile. Con il passaggio dal vecchio esonero contributivo (il bonus Renzi scaduto a fine 2024 e poi riformulato) al nuovo intervento strutturale in materia di detrazioni e bonus Irpef, la quota dei contributi versati torna infatti a figurare a lordo nella contabilità statistica (+10% i contributi sociali). Si tratta di una riclassificazione contabile a invarianza di prelievo reale, mentre il vero motore delle entrate statali (+11,9 miliardi nel trimestre) resta la straordinaria tenuta dell’occupazione record, arrivata a quota 24,4 milioni di lavoratori.
Un polmone finanziario determinante a cui si aggiunge la spinta della dinamica del Pil, capace di garantire fino a 2 miliardi di euro di maggiori risorse per la manovra. L’attivazione della clausola di salvaguardia europea garantisce 29 miliardi di flessibilità nel biennio per energia e difesa, di cui 14,4 miliardi già disponibili per il 2027. Sommando questo tesoretto alle risorse di bilancio e all’extragettito, la Legge di Bilancio in arrivo entro il 20 ottobre potrà contare su una massa di risorse complessiva stimata in circa 30 miliardi.
L’architettura della manovra si prospetta orientata allo sviluppo e alla tutela del potere d’acquisto. Il pacchetto energia e ambiente assorbirebbe circa 7,2 miliardi (24% del totale) sotto forma di sostegni a famiglie e Pmi, potenziamento dell’Energy Release per le imprese energivore e un nuovo Ecobonus fino al 65% destinato alla transizione elettrica. Altri 7,2 miliardi (24%) andrebbero a difesa e sicurezza, permettendo di sterilizzare e riclassificare spese già programmate nei tendenziali per alleggerire la traiettoria della spesa primaria netta. Il cuore del provvedimento sarebbe rappresentato dal fisco, a cui verrebbero destinati 6,5 miliardi (21,7%). Sul tavolo vi sono l’estensione dell’aliquota Irpef al 33% per i redditi compresi tra 50.000 e 60.000 euro (operazione da circa 2,6 miliardi), la nuova «Start-tax» al 5% per incentivare le retribuzioni degli under 35 e la detassazione di premi di produttività e straordinari.
Sul capitolo previdenziale si ipotizzano 5,6 miliardi (18,7%), necessari per coprire la perequazione delle pensioni più basse e l’eventuale introduzione di Quota 64, mentre 2 miliardi (6,7%) andrebbero a rafforzare le retribuzioni del personale sanitario e l’abbattimento delle liste d’attesa, con 1,5 miliardi (5,0%) dedicati alle spese indifferibili e alla conferma delle decontribuzioni. Tra le ipotesi allo studio si fa strada anche la cedolare secca al 5% per gli affitti a lungo termine. Mentre il ministro Giorgetti vola a Lussemburgo per Eurogruppo ed Ecofin per chiedere che l’impatto dell’inflazione venga scomputato dalle nuove regole fiscali europee, la politica guarda già al primo snodo determinante: il 13 ottobre le Camere voteranno la relazione sullo scostamento di bilancio a maggioranza assoluta. Un passaggio contabile chiave che svuoterà di significato le solite critiche delle opposizioni di fronte a un quadro di finanza pubblica solido e sotto controllo.
