L'effetto domino della guerra in Medioriente colpisce tutti, nessuno escluso. Certamente, la fiammata dei prezzi del petrolio e dell'energia non colpisce tutti allo stesso modo, ma costringe entrambe le sponde dell'Atlantico ad un bagno ghiacciato e a fare i conti con nuove pressioni inflazionistiche.
Partiamo dagli Stati Uniti, a maggio l'inflazione ha raggiunto il 4,2%, il livello più alto degli ultimi tre anni. Non una sorpresa, ma in linea con le stime, in aumento dello 0,4% rispetto ai dati di aprile. La causa è facile da indovinare: all'inizio della guerra con l'Iran l'inflazione si attestava appena al 2,4%. A spingere il dato al rialzo ci ha pensato la benzina con il costo che è aumentato di circa il 50% da fine febbraio. E l'effetto è duplice: da una parte il 68% degli statunitensi - almeno secondo i dati di un sondaggio del Financial Times - accusa il presidente Trump di aver gestito male sia l'inflazione che i costi della vita, dall'altra la Fed ha dovuto mettere una croce sopra la possibilità di tagliare i tassi di interesse a breve. Con i prezzi ben lontani dal target del 2%, infatti, una riduzione del costo del denaro da parte di Washington è ormai fuori discussione per i prossimi mesi. Allo stesso tempo, in vista della prossima settimana e della prima riunione guidata da Kevin Warsh, un aumento dei tassi sarà quasi impossibile.
Sull'altra sponda dell'Oceano i problemi sono simili, con l'inflazione europea che è salita al 3,2%. Eppure, al contrario della Fed, alla Banca centrale europea è bastato questo dato per spingere ad agire. La probabilità che oggi l'Eurotower alzi i tassi è così alta che diventa quasi una certezza. Il piano di Christine Lagarde è quello di optare per un rialzo di 25 punti base, per la prima volta dopo due anni, portando così il tasso sui depositi al 2,25%. Non il primo rialzo di una serie già deliberata, ma una correzione per segnalare che comunque la Bce non si lascerà scappare l'inflazione di mano. Guardando da qui ai prossimi mesi, lo scenario di base resta infatti quello di un inasprimento monetario limitato, ovvero di un rialzo massimo di 50 punti base, a patto che lo Stretto di Hormuz venga riaperto questa estate.
Nel frattempo anche il resto del mondo è in fermento e gli effetti del domino sono visibili lì dove la spinta è partita. La produzione industriale in Arabia Saudita ha registrato un crollo del 19,1% su base annua ad aprile, segnando un ulteriore peggioramento rispetto al calo del 15,8% del mese precedente. Si tratta del crollo più grave dall'aprile del 2021 e la causa principale è una: il sotto-indice relativo solo alle attività estrattive di petrolio greggio e gas naturale è sprofondato del 29,9% rispetto ad aprile 2025, mentre per i prodotti raffinati l'affondo è stato del 18,7%.
Finché la guerra
continuerà a colpire in modo più o meno diretto il mercato del petrolio e dell'energia, il conflitto continuerà a propagarsi ben oltre il campo di battaglia, trasformandosi in un fattore di rischio per l'economia globale.