Hanno fatto campagne contro l’Ice. Ovviamente. E contro ogni tipo di deportazione. Ovvio pure questo. E hanno anche promesso tagli netti alle forze dell’ordine, la polizia in modo particolare. E, in tema di immigrazione, hanno puntato sulla cittadinanza facile e sul diritto di voto a chi non è residente. E ancora: una maggiore tassazione per i più ricchi, abolizione dell’assicurazione sanitaria privata e trattamenti transgender finanziati con fondi statali. Tra loro c’è chi ha definito gli Stati Uniti una “fottuta disgrazia”. E pure chi si è pulita le mani sporche nella bandiera a stelle e strisce perché aveva “dimenticato i tovaglioli”.
Ma, se fino a ieri erano solo mine all’interno di un Partito democratico sempre più spostato a sinistra, oggi ne sono (quasi) il volto ufficiale. Martedì notte, a New York, tre candidati sostenuti da Zohran Mamdani hanno sbaragliato le primarie democratiche per il Congresso. Una vittoria che da una parte rafforza l’influenza politica del sindaco all’interno del partito e dall’altra trasforma l’asinello in un animale sempre più socialista e sempre meno democratico.
La vittoria dei candidati sostenuti da Mamdani
A brillare sotto la stella di Mamdani, primo sindaco musulmano della Grande Mela, c’è soprattutto Darializa Avila Chevalier, domenicana convertita all’islam che ha battuto il veterano Adriano Espaillat, leader del Caucus Ispanico del Congresso. Al centro della sua campagna ci sono state (anche) la guerra a Gaza e, ovviamente, la causa palestinese. Due anni fa, insieme ad altri studenti, era nel pratone della Columbia University a marciare contro le operazioni di Israele. E non solo. Nel 2023 era scesa in piazza a Times Square per un evento criticato da tutto il partito democratico perché durante il sit-in era stata usata una retorica che giustificava gli attacchi del 7 ottobre.
Ma a tenere banco sono state anche alcune posizioni a sinistra molto più forti dello stesso Mamdani, come l'abolizione di polizia, confini e prigioni e addirittura il sequestro delle proprietà ai proprietari di immobili. Non solo. Negli ultimi giorni della sua campagna sono emersi post social, cancellati ma conservati in rete, pubblicati tra il 2018 e il 2022 in cui attaccava con rara violenza verbale il partito democratico, le relazioni interrazziali o in generale gli Usa. Ma la lista di espressioni colorite e posizioni a tinte fosche è davvero lunga. Giusto per darvi un’idea: le donne bianche per lei non sono altro che “brutte donne colonizzatrici”.
In quanto a posizioni estreme gli altri due candidati sostenuti da Mamdani, Claire Valdez e Brad Lander, non sono da meno. Prendiamo la prima. Valdez ha conquistato la nomination nel settimo distretto, un'area tra Brooklyn e Queens, così a sinistra da essere stata definita "Corridoio Comunista". Contro di lei c'era Antonio Reynoso, non un moderato, ma un altro candidato della famiglia socialista che godeva dell'appoggio del Working Families Party (che nel novembre scorso appoggiava proprio Mamdani) e di moltissimi leader sindacali. Eppure Valdez ha prevalso con una ricetta ancora più radicale promettendo una lotta senza quartiere contro Israele, ma anche una "nuova età dell'oro per il lavoro organizzato".
La sfida su Israele e sui finanziatori
Ma la questione di Israele e della guerra a Gaza ha tenuto banco anche nella vittoria di Brad Lander che ha battuto il procuratore federale pro-Israele Dan Goldman. Per tutta la campagna elettorale Lander ha parlato di genocidio a Gaza. Il successo di candidati come Lander, Valdez e Avila Chevalier si è giocato anche all'ombra di una sfida tra finanziatori. Lo sconfitto di questa tornata newyorkese è l'AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), un super comitato che raccoglie fondi per i candidati che hanno una posizione favorevole per Israele.
Il segnale, nella città dell'11 settembre, è che una fetta sempre più grossa degli elettori è disposta, non solo a votare a sinistra, ma ad accettare posizioni sempre più radicali ed estreme. Uno spostamento a sinistra che tra i moderati del partito suona come un pericoloso allarme, perché c'è il timore, fondato, che il Gop e Donald Trump possano approfittarne alle midterm per presentare i dem come un partito fuori controllo.
La nuova traiettoria dei dem verso il 2028
Quello che è certo è che New York mostra la nuova traiettoria del partito, premiata dall'elettorato di sinistra nelle sue roccaforti. Nel Queens, per esempio, ha vinto Aber Kawas: origini palestinesi e linea dura per il definanziamento del “genocidio israeliano a Gaza”. Insieme a Mamdani ha lanciato la campagna “Not On Our Dime” che punta a vietare le donazioni a Israele da parte di organizzazioni accreditate presso il Comune. Una volta figure come Kawas erano meteore che non superavano i due punti percentuali, oggi sono la norma.
Per i dem la conquista socialista della Grande Mela se da un lato mette in crisi la leadership di Hakeem Jeffries, oggi leader di minoranza al Congresso, dall'altro certifica una frattura identitaria profonda che avrà echi sulle presidenziali del 2028. Come scrive Politico l'ala anti-establishment progressista ora vuole almeno un suo esponente nella bagarre per la nomination presidenziale.
Il primo nome sulla lista ovviamente è Alexandria Ocasio-Cortez, che da anni gira il Paese radunando folle in comizi anti-Trump. Ai media AOC piace sempre, ma sorge spontanea una domanda: piacerà anche al resto del Paese, quello fuori dal "Corridoio Comunista"?