L’ultima accusa al partito dell’estrema sinistra d’Oltralpe, La France Insoumise - cioè «ribelle» - l’ha rivolta il candidato all’Eliseo ed ex premier di Macron, Gabriel Attal: «Usare i giovani come carne politica da cannone». Nessuno, del partito di Jean-Luc Mélenchon, si è infatti smarcato da quei pezzi di rivolta studentesca che hanno incendiato letteralmente la Francia nelle ultime 48 ore e già da giorni zone più circoscitte.
Una di queste, epicentro della crisi, è stata Saint-Denis, popolosa periferia di Parigi. Terra madre di Bally Bagayoko, 52enne nato in Francia da una famiglia originaria del Mali, cresciuto in una casa popolare della banlieue e oggi sindaco. Su di lui, ha puntato un faro il prefetto di polizia di Parigi, che questa settimana l’ha segnalato al procuratore della Repubblica per istigazione a delinquere durante le proteste nelle «sue» scuole non ancora degenerate in caos nazionale.
Dunque prim’ancora che autobus incendiati, camionette assediate e plessi devastati facessero il giro del mondo, Bagayoko era già stato immortalato in un video, scrive il prefetto: «Divertito, ballava vicino a un cassonetto in fiamme mentre una folla di giovani ne scandiva il nome, atteggiamento che può essere percepito come avallo, quantomeno simbolico, dei danneggiamenti commessi». Tutto in un liceo della città che amministra da sei mesi. Lui, maestro di comunicazione capace di espugnare al primo turno l’ex feudo socialista dopo 40 anni di «regno», ha pubblicato un altro video: mentre spegne un incendio appiccato contro le cancellate della scuola, spiegando in tv che «nulla screditerà la legittima lotta degli studenti dei quartieri popolari».
Video contro video, senza mai ritrattare la frase detta ai 17-18enni casseur: «La violenza, a un certo punto, può essere legittima». Proposito ribadito in tv dalla nuova stella mélenchoniana, passata da un video pre-elettorale in cui realizzava un canestro spettacolare, tirando di spalle al tabellone, a un ballo tra le fiamme a caccia di voti per il leader.
Polemiche già dopo l’elezione. Vittoria e trasformazione in un attimo nel volto nuovo, perfetto e spendibile, dell’estrema gauche. Pro-Pal, soffia sul fuoco della rabbia. Ma cordialissimo con i media: la sorpresa della banlieue che vince contro i «baroni» e non tradisce la linea radicale impressa dal leader al partito che lo ha portato al trionfo. Su di lui, da subito, ha investito più di una fiche Mélenchon, in corsa per l’Eliseo. Il tribuno dell’estrema gauche lo ha issato a simbolo di quelle seconde generazioni che vogliono tingere la Francia di rosso dal basso. In grado di fare lo slalom tra accuse verosimili (ma difficilmente verificabili) degli avversari come quella d’esser stato finanziato dai narcotrafficanti, in grado di sorridere pure quando ad agosto è stata la Procura finanziaria ad aprire un’inchiesta su di lui per l’ipotesi di appropriazione indebita di fondi pubblici, ricettazione e concussione. Non un plissé.
