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Politica estera

Trump prepara l’escalation. Verso l’Iran 10mila soldati, i Patriot e la terza portaerei. Ed elogia Meloni: “Mi piace”

Sospetti su Teheran. Il jihadista, ora negli Emirati Arabi, sarà interrogato da Israele. E il presidente Usa nega tensioni con la premier: con lei “rapporto molto buono”

epa13278005 United States President Donald Trump motions to new pavement as he arrives on the South Lawn in Washington, DC, USA, 02 October 2026. EPA/Annabelle Gordon / POOL

Due ulteriori batterie di missili Patriot inviate per proteggere gli impianti petroliferi e di gas in Arabia Saudita e in Qatar, in modo da rassicurare i due alleati finiti nel mirino del regime iraniano a causa dei loro legami con gli Stati Uniti e della presenza di basi americane sul proprio territorio. Ma soprattutto un terzo gruppo d’attacco statunitense in partenza, composto dalla portaerei Roosevelt, che entro fine ottobre si unirà alla Bush e alla George Washington ed è formato da navi da sbarco anfibie, caccia e marines. Con i 10mila militari in arrivo nel Golfo Persico, che porteranno a 20mila il totale di soldati Usa nell’area, gli Stati Uniti scaldano i muscoli in vista di una possibile nuova ondata di bombardamenti sull’Iran, svela il Wsj. D’altra parte, Donald Trump ha rigettato con interviste e messaggi social l’ultima proposta di tregua dell’Iran e annunciato che, in assenza di un’intesa, «li faremo saltare in aria» dopo il voto di midterm del 3 novembre negli Usa, anche se si è detto convinto che Teheran sia «pronta a cedere» e gli Stati Uniti «vinceranno la guerra». Parlando con i giornalisti alla Casa Bianca, peraltro, il presidente americano è tornato su Giorgia Meloni, spiegando che il rapporto con la premier è «molto buono». «Mi piace e mi è sempre piaciuto», ha risposto a chi gli chiedeva conto delle tensioni di quest’estate.

Intanto, a otto mesi dall’offensiva di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, in assenza di svolte nei negoziati, Washington prepara l’escalation, mentre le pochissime petroliere che attraversanoHormuz continuano a subire attacchi e giovedì è toccato a un’altra, raggiunta da proiettili di origine sconosciuta.

Il clima resta tesissimo, ancor più dopo la scampata strage jihadista sul volo Dubai-Tel Aviv con a bordo 166 israeliani. Di «grave atto terroristico» ha parlato anche Anwar Gargash, consigliere presidenziale del leader Bin Zayed negli Emirati Arabi Uniti, dove si è spostata l’inchiesta (avviata dall’Arabia Saudita, sul cui suolo è atterrato l’aereo dirottato) e dove è ora detenuto il co-pilota jihadista, nazionalità omanita, la cui l’identità è ancora riservata. Una buona notizia per gli israeliani, che interrogheranno anche loro l’attentatore, e con gli Emirati possono contare su una maggiore collaborazione.

Per il premier israeliano Benjamin Netanyahu il quadro «diventa sempre più chiaro» ed è evidente che l’aspirante kamikaze volesse «far schiantare l’aereo», anche se l’ambasciata iraniana a Roma parla di «false flag», cioè di un’azione per far ricadere le colpe su altri attori. Al netto della propaganda, resta da capire se ci siano dei mandanti, soprattutto attori statali dietro al tentato attentato. E i principali sospetti vanno sull’Iran, come Trump ha confermato. Se dovessero emergere elementi decisivi, non è escluso che ad agire contro Teheran, ancora prima degli Stati Uniti, potrebbe essere Israele. Per Netanyahu «chiunque abbia mandato l’attentatore, pagherà un prezzo molto alto».