La crisi di governo che si è aperta ieri in Spagna con la bocciatura in Parlamento dei decreti sull’edilizia abitativa rappresenta il punto più basso della parabola politica vissuta dal primo ministro Pedro Sánchez negli ultimi mesi. Mentre la sinistra italiana lo elogiava proponendolo come modello da importare, in patria Sánchez inanellava una gaffe e uno scandalo dietro l’altro. Già dalla formazione del suo governo, la maggioranza in Parlamento è stata resa possibile dai voti degli indipendentisti catalani.
Il suo esecutivo è stato interessato da uno dei più grandi scandali della storia repubblicana spagnola che, secondo il quotidiano El Mundo, ha riguardato 126 imputati vicini al governo o legati al Psoe. Tra i casi più eclatanti c’è quello di Santos Cerdán, ex numero tre del partito e figura molto vicina a Sánchez, oggi sotto indagine. Secondo la Guardia Civil ha ricevuto oltre 323mila euro di benefici di origine non dichiarati per lui e la sua famiglia. L’altro caso clamoroso è quello della moglie di Sánchez, Begoña Gómez, a processo per traffico d’influenze e malversazione. A essere indagato è anche Juan Manuel Serrano, ex capo di gabinetto di Sánchez, con l’accusa di aver ostacolato indagini giudiziarie e di polizia.
Per cercare di sviare l’attenzione da questi scandali Sánchez ha puntato su un’agenda fortemente identitaria a cominciare dall’immigrazione. Lo scorso 16 aprile il governo spagnolo ha aperto le domande per una regolarizzazione straordinaria dei migranti chiudendole il 30 giugno e stimando una platea potenziale di 500mila beneficiari. Il problema è che sono arrivate oltre 1,1 milione di richieste e, nonostante Sánchez abbia presentato la regolarizzazione come uno strumento di integrazione e contrasto all’economia sommersa, è evidente che le conseguenze del Plan de Integración y Ciudadanía sarebbero devastanti per la società spagnola. Anzitutto per il messaggio culturale che si trasmette: puoi entrare illegalmente in Spagna (e in Europa) tanto poi arriva una sanatoria che ti regolarizza. Così facendo non solo si manca di rispetto ai cittadini spagnoli, ma anche agli immigrati che hanno rispettato la legge.
La situazione è poi precipitata quest’estate con l’invasione di Ceuta da parte di decine di migliaia di migranti dal Marocco. In un primo momento il governo non è stato in grado di garantire la sicurezza del confine spagnolo ma quello che è accaduto nei giorni e nelle settimane successive è stato forse ancor più grave. I ministri hanno dichiarato di aver risolto la situazione nonostante migliaia di migranti affollassero ancora le strade di Ceuta, poi Sánchez è partito per le vacanze estive a Lanzarote con la crisi ancora in corso.
Come se non bastasse, nel suo primo discorso istituzionale sulla situazione a Ceuta, invece di assumersi la responsabilità per quanto accaduto, ha puntato il dito contro la disinformazione di potenze straniere e della destra.
Proprio a causa delle decisioni del suo governo, l’Italia ha deciso di sospendere Schengen con la Spagna per evitare che i migranti irregolari provenienti da Ceuta potessero entrare nel nostro Paese con rischi per la sicurezza nazionale. La risposta del governo Sánchez, invece di comprendere la posizione italiana e cercare un’interlocuzione, è stata di aprire uno scontro diplomatico. Lo stesso è avvenuto con gli Stati Uniti non comprendendo la distinzione tra chi governa (Donald Trump) e lo stato americano. Il motivo dello scontro con il presidente americano è stato l’aumento delle spese militari, Sánchez si è rifiutato di aderire all’impegno di portarle al 5% in rapporto al Pil come gli altri partner Nato.
Ciliegina sulla torta le sue posizioni su Israele per strizzare l’occhio ai mondi pro Pal più radicali ed estremisti. Altro che «modello Sánchez», sarebbe meglio parlare di flop Sánchez che ora sembra arrivato al capolinea.
