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Politica estera

Ceuta, Chiesa divisa sui migranti. “E il governo si prende il porto”

Dalle collette delle parrocchie al cambio di passo rispetto alla conferenza episcopale spagnola

CORRECTION / Spain's National Police officers stand as migrants wait on the sidewalk before being registered in Loma Colmenar district of Ceuta on August 31, 2026. Tensions remain high in the territory of 80,000 inhabitants since tens of thousands of people crossed into Ceuta from Morocco over several days in July, triggering a Europe-wide migrant alert. Spanish Prime Minister said the rush of migrants to the Spanish enclave was still under investigation, though he ruled out any responsibility on the part of Moroccan authorities. (Photo by Antonio Sempere / AFP) / The erroneous mention appearing in the metadata of this photo by Antonio Sempere has been modified in AFP systems in the following manner: [on August 31, 2026] instead of [on August 27, 2026]. Please immediately remove the erroneous mention[s] from all your online services and delete it from your servers. If you have been authorized by AFP to distribute it to third parties, please ensure that the same actions are carried out by them. Failure to promptly comply with these instructions will entail liability on your part for any continued or post notification usage. Therefore we thank you very much for all your attention and prompt action. We are sorry for the inconvenience this notification may cause and remain at your disposal for any further information you may require.

La crisi migratoria di Ceuta ha messo di fronte alle sue contraddizioni non solo Sanchez, ma anche la Chiesa spagnola.

L’episcopato iberico, ridisegnato completamente dal dodicennio bergogliano, aveva «benedetto» la politica delle porte aperte del governo socialista. Lo scorso aprile la maxi-sanatoria per regolarizzare più di 500mila migranti era stata salutata trionfalmente dalla Conferenza episcopale spagnola che l’aveva definita una «misura di responsabilità politica, etica e sociale». Il caos scoppiato nell’exclave ha dimostrato ancora una volta come, quando si parla del fenomeno migratorio, i buoni propositi siano destinati a scontrarsi con la realtà. E, soprattutto, lo scollamento esistente tra vertici e base. Dopo la prima ondata di fine luglio, il responsabile migrazioni dei vescovi monsignor Xabier Gómez se l’era presa con «quanti giocano sulla paura sociale o trasformano la sofferenza altrui e il timore in consenso elettorale» e si era subito affrettato a scagionare il governo Sanchez sostenendo che la regolarizzazione non aveva collegamenti con l’emergenza. La diocesi di Cadice e Ceuta, invece, si è trovata «scoperta», essendo in sede vacante e venendo governata non da un vescovo ma da un amministratore apostolico. Quest’ultimo, monsignor Ramón Valdivia, ha reagito timidamente ai primi sbarchi di massa con un comunicato che annunciava di voler destinare le collette delle parrocchie ai migranti e non badava troppo ai residenti. Il prolungarsi della crisi e l’insofferenza dei fedeli deve aver svegliato l’amministratore apostolico che in una lettera successiva ha parlato apertamente di «giovani senza futuro che si sono gettati nell’ignoto, spinti unicamente da slogan politici o promesse maliziose» e «adulti che hanno approfittato dell’anarchia per sfuggire alle responsabilità penali del proprio paese, forse grazie a qualche grazia premeditata architettata per l’occasione». Valdivia si è ricordato di quelle «famiglie timorose che, al calar della notte o in pieno giorno, le loro case venissero invase e minacciate» ed ha menzionato «la rabbia generata dalla mancanza di quella protezione che chi è al potere dovrebbe garantire». Un cambio di linea dettato dagli umori della comunità cattolica di Ceuta che sta vivendo sulla propria pelle l’emergenza e non si trova in sintonia con le parole buoniste della Conferenza episcopale spagnola. In queste settimane di crisi una voce emblematica di quest’atteggiamento è quella di padre Jesús Francisco Molina, vicario parrocchiale del Santuario di Santa Maria d’Africa. Il giovanissimo prete ha detto in una recente intervista televisiva che «la Chiesa non è una ong» e che bisogna stabilire «una gerarchia della carità», dando priorità all’assistenza dei residenti se le risorse sono limitate. La vox populi di Molina non deve aver fatto piacere a tutti: la diocesi ci ha fatto sapere che da questo momento in poi nessun sacerdote di Ceuta rilascerà interviste. «L’estate è molto dura, sono sopraffatti», ci informano.

Ma il prete, forte del consenso della popolazione, continua a ribadire la sua posizione dai social. Dei migranti arrivati ha scritto che «hanno invaso violentemente una città che non può accoglierli materialmente», oltre a solidarizzare con le manifestazioni di piazza contro Sanchez. Anche ieri, commentando la notizia che l’esecutivo socialista ha preso il controllo del porto di Ceuta per imporre l’accoglienza dei migranti, il prete ha scritto: «Il Marocco ci ruba le spiagge e il governo ci ruba il porto».

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