Melania Trump ricorda, con un pizzico di malinconia, i tempi di Tito e della stella rossa. E di malizia politica perché lo fa durante la visita di stato dell’ultimo, vero, capo comunista, il cinese Xi Jinping. Altro che «ciccio bomba» della Corea del Nord o la mummia di Castro a Cuba. Il padrone di casa, The Donald, che spara quasi ogni giorno a zero contro i democratici scivolati verso sinistra, bollandoli come pericolosi comunisti, tratta con tutti gli onori il nuovo Mao. La foto delle coppie presidenziali, prima della cena di gala, spiega tutto.Trump in smoking e Melania in pantaloni, non proprio da protocollo, con un fioccone stile Barbie, ma bianco. Al loro fianco la signora Xi, il soprano Peng Liyuan, con un classico vestito lungo, rosso Pcc e il marito in tenuta da Grande timoniere per rimarcare le differenze con il mondo a stelle e strisce. E ribadire che il comunismo non solo esiste ancora, ma controlla senza cedimenti, una super potenza, che vuole diventare la prima al mondo con bandiera rossa e falce e martello. Anche se il Capitale di Marx l’hanno buttato nel cesso, sul fronte economico, aprendo al peggior nemico, il capitalismo, però controllato dalla Stato o meglio dal Partito comunista. Il revival da «compagna» della first lady deriva da Sevnica, una piccola cittadina slovena dove è nata ai tempi della Jugoslavia. Il padre di Melania, Viktor Knavs, che fino a qualche anno fa sembrava fisicamente un clone di Trump, era un iscritto al partito comunista, anche se amava fin da allora le belle macchine. Lui ha sempre negato, ma l’iscrizione è saltata fuori dagli archivi della Slovenia indipendente. La prima sfilata di Melania è su una passerella dell’hotel Jugoslavia, a Belgrado, nel 1977, in pieno regime comunista con i vestitini da bambini della ditta di stato Jutranika, dove lavorava la madre. Mirjana Jelancic, amica d’infanzia della first lady, preside della scuola di Sevnica, intitolata all’eroe partigiano Savo Kladnik, mi fece vedere, anni fa, l’album dei ricordi dell’istituto. Le foto mostrano la futura signora Trump, da ragazzina vicino a Pola nel 1981, quando alle vacanze scolastiche si portava la bandiera jugoslava con la stella rossa e andavano di moda i pionieri del comunismo. «Non sapevamo nulla dell’America. Gli insegnanti ci parlavano solo della Russia e quando è passato il treno con la salma di Tito siamo andati tutte in stazione con le bandierine per l’ultimo saluto fra le lacrime» ricorda la preside, che era sulla banchina assieme a Melania.La futura first lady si converte a vent’anni e con il fidanzato fotografo di Lubiana, che la lancia nella moda, gira in Vespa per la capitale slovena sventolando la bandiera nazionale il giorno dell’indipendenza nel 1991. Ne ha fatta di strada passando da Milano dove conosce Paolo Zampolli, suo coetaneo, di buona famiglia, nel business della moda. Anni dopo, a New York, sarà proprio lui definito, allora, «il guru delle modelle» a presentare Melania a Trump. Oggi Zampolli è il Rappresentante speciale del presidente Usa per le partnership globali. Melania giunta in vetta, ma sempre più distante dal marito, si permette di ricordare che era «cresciuta sotto il comunismo e, onestamente, non mi è mancato niente». A Sevnica le hanno dedicato una statua, prima in legno, che è stata data alle fiamme, poi in bronzo, ma l’hanno rubata lo scorso anno.

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