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Politica estera

Chi svende il Paese per un po’ di Pil

Rabat non ha attaccato la Spagna: ha attaccato l’Unione Europea, perché quel reticolato africano è confine esterno dell’Unione esattamente come Lampedusa

Ceuta residents demonstrate against the arrival of Spanish far-right politician Alvise Pérez in the Spanish enclave of Ceuta, Saturday, Aug. 1, 2026. (AP Photo/Bernat Armangue)

Inutile menarla. Il re del Marocco, o il viceré, vai a saperlo, ha scatenato l’assalto a quel buco di territorio che è Ceuta, spingendo attraverso il confine migliaia di giovanotti in salute, convinto che quella striscia di Spagna in Africa spetti a lui da sempre. La manovra non è nuova. Quarantaquattro anni fa i generali argentini, assassini in divisa, provarono a portar via alla Gran Bretagna le Falkland, isole sperdute e piene di pecore. Sbagliarono donna: la signora Thatcher discese ai confini con la flotta, mandò a fondo l’incrociatore General Belgrano e con esso le illusioni di Buenos Aires, che si rifece anni dopo soltanto sui campi di calcio, con la mano de Dios. La lezione è semplice: i confini o si difendono o si perdono, e chi li tasta sta soltanto misurando quanto vali.

Ecco il punto che a Bruxelles fingono di non capire. Rabat non ha attaccato la Spagna: ha attaccato l’Unione Europea, perché quel reticolato africano è confine esterno dell’Unione esattamente come Lampedusa, e se il confine d’Europa è anche il nostro, è del tutto logico che Giorgia Meloni si arrabbi. Già nel 2021 aprì i cancelli: diecimila in due giorni, minorenni compresi. Il confine come arma, la carne umana come munizione. Un continente che vuole reggere la competizione mondiale o sta insieme anche sulle frontiere, o non sta insieme affatto.

E qui arriva Repubblica con la sua disamina consolatoria: ci invadono? Che goduria. Il modello spagnolo, titola, fa invidia all’Europa: quasi metà della crescita degli ultimi anni la mettono i lavoratori immigrati, venticinque miliardi l’anno, un residente su cinque nato all’estero, ogni anno una Palermo di stranieri in più, e la settima sanatoria di Sánchez ha raccolto un milione e duecentomila domande contro le cinquecentomila previste. Tutto vero, i numeri non si discutono. Ma il Pil non è una patria. Se ospitassi cinquanta persone nel mio appartamento crescerebbe anche il fatturato del supermercato sotto casa: non direi che la mia casa si è arricchita, direi che si è affollata. E infatti lo stesso giornale, in fondo, confessa il resto: affitti su del trentanove per cento, del cinquantanove a Madrid, disoccupazione al dieci virgola tre contro il sei scarso europeo, due milioni e seicentomila spagnoli a spasso mentre le imprese importano braccia. Il conto arriva sempre dopo il brindisi. E soprattutto pesa un sondaggio più di ogni grafico: il settanta per cento degli spagnoli, maggioranza degli elettori socialisti compresa, chiede l’espulsione di clandestini e stranieri delinquenti. Quando un popolo la pensa così oltre gli steccati, fuori dai palazzi la società si è già spostata.

Sui ragazzi di Ceuta, sia chiaro, non verso lacrime ma nemmeno veleno. Sono giovani, sani, affamati di avvenire: nei loro panni, alla loro età, magari farei lo stesso. Però le case altrui hanno una porta, e alla porta si bussa, si chiede permesso, e se non si è graditi ci si ferma. Non venite dalla disperazione, non siete voi ad aver inventato il degrado delle periferie; ma di sicuro, dove arrivate in queste quantità, di felicità ne portate poca.

L’ipocrisia, del resto, non abita a Rabat: abita qui. Tutti deprecano l’immigrazione clandestina, salvo approfittarne quando serve una badante, un muratore o un raccoglitore di pomodori. È la classe dirigente europea che da trent’anni oscilla tra il moralismo e la convenienza, e poi si stupisce quando il conto arriva. Perché la Spagna, che nel 1995 contava meno dell’uno per cento di stranieri e oggi sta al

venti, domani al venticinque, non racconta un’ondata: racconta una scelta protratta per decenni. E allora la domanda va posta con le parole del Vangelo, che di economia se ne intendeva più degli economisti: che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde l’anima? E qui non c’è nemmeno il mondo intero: c’è un paio di punti di Pil, in cambio della svendita di noi stessi. Guardate le banlieue di Parigi, i quartieri di mezza Europa, un’Andalusia che torna berbera pezzo a pezzo: la breccia di Porta Pia stavolta si apre a Ceuta, e più che una conquista somiglia a una rivincita di Lepanto, servita fredda dopo quattro secoli e mezzo.

Carlo Martello fermò i Mori a Poitiers e si guadagnò il soprannome con il martello. Chissà che la storia non abbia in serbo per l’Europa una Giorgia Martella: non per menare, ma per esercitare il diritto più civile che esista: dire sì quando è possibile e no quando è necessario. Una nazione non perde la propria identità il giorno in cui arriva il primo immigrato: la perde il giorno in cui rinuncia a scegliere.

Per riuscirci, però, occorrerebbe un recupero di moralità, e in giro non se ne vede l’ombra. O forse sì. Ieri, nello stesso giorno, se ne sono andati Franco Baresi e don Antonio Mazzi: il primo, genio calcistico contadino e silenzioso, ha passato la vita a difendere una porta senza odiare nessuno di quelli che l’assaltavano; il secondo ha passato la vita ad aprire la propria a ogni infelice che bussasse, e avrebbe accolto anche me, che è tutto dire. Ecco la moralità che serve all’Europa: difendere la porta come Baresi, aprirla di tasca propria come don Mazzi. E i campanili non si cambiano coi minareti.

Vittorio Feltri

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