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Politica estera

Corte Suprema e d'appello: la vera sfida finale di Donald

Gli ultimi 60 giorni di maggioranza repubblicana per sistemare caselle chiave

US President Donald Trump speaks to the media upon arriving on Air Force One at Palm Beach International Airport in West Palm Beach, Florida on November 6, 2026. (Photo by Alex WROBLEWSKI / AFP)

Donald Trump ha ancora due mesi di Senato repubblicano. È l’ultima finestra per consolidare la propria eredità istituzionale prima che i democratici assumano il controllo dell’aula, dal 3 gennaio, con almeno 54 seggi. Da quel momento le nomine dei giudici diventeranno molto più difficili, soprattutto per le corti d’appello e la Corte Suprema. Il terreno sul quale può ancora ottenere risultati è quello della magistratura federale. In questo mandato ha già portato alla conferma 56 giudici, ma una ventina di candidature sono ancora in attesa, quattro delle quali riguardano le corti d’appello. Il precedente è il 2020: dopo aver perso le elezioni, Trump sfruttò gli ultimi mesi di maggioranza repubblicana per accelerare le nomine.

Stavolta potrebbe fare altrettanto, aggiungendo una quindicina di giudici prima del cambio di maggioranza. Il bilancio finale resterebbe comunque assai inferiore a quello del suo primo mandato, quando ne furono confermati 234. Non è soltanto una questione di volontà politica. La partita più importante riguarda però la Corte Suprema. I due giudici più anziani, Samuel Alito e Clarence Thomas, rispettivamente di 76 e 78 anni, non hanno manifestato intenzione di ritirarsi. Secondo alcune indiscrezioni, il risultato elettorale non ha modificato i piani di Alito. Ma proprio questa scelta potrebbe rivelarsi decisiva per il futuro conservatore della Corte. A Washington circola il precedente di Ruth Bader Ginsburg: non lasciò il seggio con Obama e, quando morì, fu Trump a nominare il suo successore. Oggi Alito e Thomas hanno la possibilità di evitare che la storia si ripeta.

Il problema è il tempo. Con l’ingresso di Sherrod Brown in Senato il 15 dicembre, i repubblicani scenderanno a 52 seggi. Anche prima del cambio di maggioranza, le esitazioni di alcuni senatori rendono difficile immaginare una conferma rapida. Due nomine sarebbero quasi impossibili, anche una sola sarebbe una scommessa. Si è persino evocata un’ipotesi senza precedenti: nominare un successore prima che il seggio diventi vacante. Soluzione costituzionalmente controversa.

Il resto dell’agenda è meno ambizioso: approvare entro l’11 dicembre i finanziamenti necessari a evitare un nuovo shutdown, aumentare il tetto del debito per impedire ai dem questa leva nel 2027 e trovare un accordo sulle spese per la difesa. Una terza legge di riconciliazione di bilancio, che consentirebbe di approvare misure economiche senza il sostegno democratico, appare invece sempre meno probabile. Il bilancio ha il sapore dell’ironia. Un presidente che ha fatto della Corte Suprema il pilastro dei suoi anni migliori rischia di fermarsi a un passo dal traguardo proprio perché i due giudici da cui dipende il suo successo hanno deciso di non lasciare. Se resteranno, la generazione conservatrice che ha sostenuto Trump dovrà affidarsi alla loro salute e a un 2028 che oggi non controlla. La lezione di questi ultimi sessanta giorni è una sola: il potere si esercita quando lo si ha, e dal 3 gennaio nessuno lo restituisce.