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Politica estera

Costo della vita e clima di guerra: così il fantasma del 2006 tormenta i repubblicani

Le elezioni di midterm incombono e i democratici puntano sulla ripetizione del successo elettorale di 20 anni fa

Si scrive 2026 ma si legge 2006. Negli Stati Uniti incombono le elezioni di midterm, l’appuntamento elettorale da cui tradizionalmente il partito del presidente al potere tende ad uscirne ridimensionato, e per i repubblicani i segnali di allarme per una possibile batosta alle urne il prossimo 3 novembre si moltiplicano. A partire, appunto, dalle analogie riscontrate da esperti e media Usa sui temi che, oggi come 20 anni fa, vengono discussi nelle case degli americani. Le famigerate “kitchen table issue” che nessuno stratega politico, dal capo di gabinetto dell’inquilino della Casa Bianca ai funzionari di entrambi i partiti Usa, può permettersi di ignorare. Dalle conclusioni che gli americani raggiungeranno si potrebbe determinare un nuovo assetto di poteri a Capitol Hill, dove attualmente il Gop controlla sia la Camera che il Senato, con rilevanti conseguenze sul potere esecutivo.

Una guerra in Medio Oriente, l’impennata dei prezzi alle stazioni di servizio e un Congresso avvolto dagli scandali. Questi gli argomenti che animano il dibattito tra gli elettori statunitensi e che, scomodando la teoria dei corsi e ricorsi storici, rievocano la vigilia elettorale del 2006, (anche in quel caso alla Casa Bianca vi era un presidente repubblicano, George W. Bush). All’epoca l’andamento della guerra in Iraq, l’aumento del costo della benzina e i messaggi a sfondo sessuale inviati dal deputato repubblicano della Florida Mark Foley ai giovani assistenti del Congresso determinarono una debacle per il Gop. I democratici riuscirono a conquistare sei seggi, e la maggioranza, al Senato, e 31 seggi alla Camera. L’onda blu permise anche la nomina di Nancy Pelosi come prima donna speaker, diventata anni dopo una delle principali nemesi di Donald Trump.

“È il 2006 2.0”, afferma Rahm Emanuel, all’epoca deputato e poi chief of staff di Obama. Una valutazione che viene condivisa anche dal senatore Chuck Schumer, tra i protagonisti della campagna elettorale vincente dei dem di 20 anni fa. Come accaduto nel caso della guerra in Iraq, i legislatori del partito dell’asinello cercano di cavalcare i malumori degli elettori generati dal conflitto in Iran. Non perché gli americani siano preoccupati per quanto succede in Medio Oriente ma perché l’operazione Epic Fury si fa sentire nei loro portafogli svuotando il carrello della spesa e riattivando, altra analogia decisamente più recente, il tema mai sopito dell’affordability, il crescente costo della vita, che ha tormentato Joe Biden e contribuito al ritorno a Washington di Trump.

Un sondaggio condotto da Politico ha rilevato che ad agosto il 61% degli intervistati ritiene che la guerra contro i pasdaran abbia portato ad un incremento dei prezzi. Lo stesso sito riporta che in Ohio e Iowa i candidati democratici attaccano i rivali repubblicani che hanno sostenuto la guerra, definendoli ostili agli agricoltori poiché i combattimenti hanno fatto aumentare i prezzi dei fertilizzanti. Dinamiche simili si registrano in Texas e Carolina del Nord, dove i dem criticano gli avversari per gli aumenti del costo della benzina.

Jessica Taylor del Cook Political Report spiega che anche se la guerra finisse domani, le sue ripercussioni economiche non si attenuerebbero in tempo per ridurre i loro effetti sulle elezioni di midterm. “Di solito”, sottolinea Taylor, “non vediamo le consultazioni di midterm influenzate da questioni di politica estera, ma questa volta è diverso a causa dell’impatto sull’economia”.

Se il vento del 2006 agita i repubblicani, qualche considerazione invita i simpatizzanti del partito dell’asinello alla cautela. Come ricorda il New York Times, quest’anno la mappa del Senato è sfavorevole ai democratici, i quali avrebbero bisogno di conquistare almeno quattro seggi attualmente detenuti dal Gop per ottenere la maggioranza. Rispetto a 20 anni fa sono poi intervenuti cambiamenti strutturali come lo spostamento delle campagne pubblicitarie politiche dai media tradizionali a quelli digitali e la guerra per la ridistribuzione dei distretti elettorali. Fattore, quest’ultimo, che potrebbe mitigare le perdite di seggi alla Camera per il Gop.

Altre incognite che rendono il 2026 una tornata eccezionale sono la presa di Trump sul partito repubblicano (nonostante l’emorragia di consensi post conflitto in Iran e un tasso di approvazione attorno al 40% per il commander in chief). Inoltre, l’avanzata dei candidati socialisti alle primarie dei democratici e gli scandali che hanno colpito sia la destra che la sinistra Usa vanno ad aggiungere tasselli ad un puzzle ancora difficile da decifrare. Per non parlare poi del fatto che a pesare sulle urne potrebbe essere anche il “voto” di Teheran che, prendendo nota dello psicodramma politico in corso negli Stati Uniti, punta ad infliggere alla presidenza Trump lo stesso tipo di colpo fatale che azzoppò l’amministrazione Carter a fine anni Settanta.

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