A poco più di un mese dalle elezioni del 27 ottobre, il clima della campagna elettorale in Israele si fa incandescente. A lanciare l’offensiva su tutti i fronti interni è lo stesso premier Benjamin Nethanyahu che a queste elezioni rischia il tutto per tutto dopo il 7 ottobre e la guerra nei territori palestinesi di Gaza e Cisgiordania.
Il primo atto riguarda ancora una volta «Naza», il film premiato a Venezia sui crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano. Netanyahu ha annunciato che presenterà due progetti di legge per revocare la cittadinanza a chi diffama le forze armate e per aumentare di venti volte l’importo del risarcimento nei casi di diffamazione. «Li colpiremo nelle tasche e anche nella cittadinanza perché il loro posto non è tra noi» ha detto il premier, minaccia neanche troppo velata ai registi di «Naza» Yuval Abraham e Rachel Szor, già bersaglio di minacce di morte da parte dell’estrema destra fin sotto le loro case e uffici in Israele. L’altro fronte, rivelato dal quotidiano Haaretz, riguarda direttamente il voto. Il Likud (partito del premier, ndr) ha presentato una petizione alla commissione elettorale per bloccare le iniziative di aiuto agli israeliani residenti all’estero (circa 600mila) che vogliono tornare in Israele a votare. Nel mirino il programma «Fly&Vote» con il quale l’organizzazione cone sede negli Stati Uniti Aid Coalition aiuta gli israeliani nelle pratiche di rientro e voto. Il Likud accusa il sistema di offrire benefici illeciti e di essere sfruttato in particolare dagli avversari di Nethanyahu. Il terzo fronte ha al centro l’ok alla vendita di Channel 13, una delle principali reti tv israeliane, alla Merit Spread Foundation, ente filantropico fondato da Assaf Rappaport e Yinon Costica, imprenditori dell’hi-tech notoriamente critici nei confronti del governo Netanyahu che ha definito l’operazione «illegittima».
Ma anche il mondo della musica irrompe nella campagna elettorale. L’Irlanda ha infatti ufficializzato che boicotterà e non trasmetterà l’edizione 2027 dell’Eurovision per la «sconvolgente e continua perdita di vite umane a Gaza». Dublino si unisce quindi agli altri quattro paesi che avevano già aderito al boicottaggio: Islanda, Olanda, Slovenia e Spagna.
