Una narrativa politica diffusa in Italia tende a perdersi in lodi all’economia spagnola e, indirettamente, alle iniziative del governo socialista guidato da Pedro Sánchez. La finalità è dettata dal voler ridimensionare i risultati raggiunti da Roma negli ultimi anni. Un’indagine della Fondazione studi consulenti del lavoro ha approfondito il boom di occupazione che si è registrato in Italia e in Spagna.
Ma i numeri sono proprio uguali? Secondo i professionisti che hanno redatto lo studio, i risultati dei due Paesi non sono paragonabili.
Nel nostro Paese - si legge nell’indagine - a trainare la crescita (1,2 milioni di occupati in più nel triennio, con un tasso di occupazione al 63,1%) sono stati i contratti a tempo indeterminato, concentrati in settori come manifatturiero e costruzioni. Le componenti storicamente più deboli del mercato, come le donne e il Mezzogiorno, sono aumentate più di altre, e la quota dei contratti a termine è scesa dal 16% al 14,7 per cento. Inoltre, la retribuzione media lorda dei dipendenti privati è salita a 27.649 euro (14,5% in più rispetto al 2019).
E la Spagna di Sánchez? Effettivamente ci sono 1,5 milioni di lavoratori in più, ma alla base del «miracolo» c’è una sorta di illusione ottica, ossia la misura che ha trasformato i vecchi contratti stagionali nei «fissi discontinui». Sono contratti solo formalmente a tempo indeterminato, ma che alternano periodi di attività ad altri di inattività. Questi occupati, fino a un milione, quando sono fermi (e non pagati) non risultano tra i disoccupati. Inoltre, il 44,5% dell’occupazione creata dalla riforma del lavoro riguarda lavoratori stranieri e l’immigrazione spiega il 47% della crescita del Pil dal 2022. Quello iberico, commenta la Fondazione, «È un modello di crescita fondato sull’aumento della forza lavoro a basso costo, nel quale gli stranieri rappresentano un terzo degli addetti nel settore alberghiero e della ristorazione, il 29% in agricoltura e il 26% nelle costruzioni».
La vittoria del derby mediterraneo sul mercato lavoro - se ancora non si è capito dall’analisi dei consulenti del lavoro - è poi sancita da questi numeri: in Italia, la disoccupazione è al minimo storico (al 5,1%) mentre in Spagna il tasso è al 9,9%, il più alto dell’area Ocse. E senza i contratti «fissi discontinui»? Il vero tasso di disoccupazione spagnolo balzerebbe al 12% nei periodi di inattività. Numeri che in Italia non si vedono da almeno un decennio.
