L’accordo sulla sicurezza della Groenlandia firmato oggi a New York da Donald Trump, dal primo ministro Danese Mette Frederiksen e dal primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen presenta un elemento che merita attenzione ancora prima di entrare nel merito delle sue disposizioni: le parti sembrano attribuirgli significati diversi.
Trump lo ha presentato come uno strumento attraverso il quale gli Stati Uniti ottengono una capacità permanente di garantire la sicurezza della Groenlandia, parlando di una libertà d’azione americana che dovrà durare nel tempo. La premier danese, invece, ha descritto l’intesa come un rafforzamento della sicurezza comune nell’Artico e nel Nord Atlantico, sottolineando al tempo stesso il riconoscimento della sovranità e dell’integrità territoriale del Regno di Danimarca e del diritto dei groenlandesi all’autodeterminazione.
Non è una differenza secondaria. È la distanza fra due modi di spiegare lo stesso accordo e, quindi, fra due aspettative politiche che meritano di essere osservate. Per Washington l’intesa rappresenta il consolidamento della propria capacità di intervenire nella sicurezza dell’Artico; per Copenaghen è invece un accordo sulla sicurezza comune che deve essere compatibile con la sovranità danese e con la posizione della Groenlandia.
La domanda è allora perché sia stato necessario arrivare a un nuovo accordo quando Stati Uniti e Danimarca dispongono già da decenni di strumenti bilaterali nel settore della difesa. Esiste infatti dal 1951 un accordo specificamente dedicato alla difesa della Groenlandia, mentre nel 2004 Washington e Copenaghen ne hanno modificato e integrato il quadro. Nel 2023 hanno inoltre firmato un nuovo Defense Cooperation Agreement destinato a disciplinare la presenza delle forze americane in Danimarca.
La novità, dunque, non è semplicemente che due Paesi alleati decidano di cooperare ancora più strettamente. È che la Groenlandia è diventata abbastanza importante da richiedere una nuova definizione politica del rapporto di sicurezza tra Washington, Copenaghen e Nuuk. Nel dettaglio, questo si traduce in due nuove basi a Narsarsuaq e Mestersvig, oltre a quella già attiva di Pituffik.
Ed è proprio qui che le parole dei due leader diventano significative. Trump ha bisogno di presentare l’accordo come il risultato concreto della pressione americana sulla questione groenlandese. Frederiksen deve invece dimostrare che quella pressione non ha modificato né la sovranità danese né il diritto dei groenlandesi a decidere il proprio futuro. Le due narrazioni divergono perché partono da diverse esigenze politiche.
La storia della diplomazia offre esempi in cui interpretazioni divergenti hanno prodotto conseguenze tutt’altro che marginali. Nel 1916, la diversa lettura degli accordi Styles Pivot, ha contribuito a creare una frattura destinata a pesare sul Medio Oriente. Non è detto che la storia si ripeta in Groenlandia, ma l’esempio ricorda che, quando le parti attribuiscono significati differenti a un’intesa, l’intesa stessa può diventare un problema.
