Chi ha vinto? In America nessuno sembra volerlo ammettere. Ma in Cina qualcuno già scommette su un successo in trasferta di Xi Jinping. O almeno su un barlume di vittoria dissimulata sotto i brindisi alla reciproca amicizia e i progetti di accordi commerciale con cui il Dragone potrebbe mangiarsi Taiwan.Per capirlo basta spulciare i resoconti dell’incontro tra i due presidenti scodellati dall’agenzia cinese Xinhua. Lì, nascosta tra fiumi di parole c’è una frase scomparsa da ogni altra cronaca. Una frase, a dir poco sibillina, pronunciata da Xi per chiedere al presidente Usa di assumere «la corretta posizione di opposizione all’indipendenza di Taiwan».Detto così sembra cinese. Ma per afferrarne il senso basta tornare al 13 gennaio 2024 quando l’allora presidente Joe Biden disse esplicitamente: «Noi non appoggiamo l’indipendenza di Taiwan».Una frase assolutamente in linea con la politica della «unica Cina» adottata fin dagli anni 70 dopo il riconoscimento di Pechino da parte dell’amministrazione Nixon. Quella frase nel linguaggio diplomatico statunitense ha, però, un doppio significato. Da una parte riconosce l’esistenza di una sola nazione cinese, dall’altra non rinuncia alla difesa con forniture di armi e aiuti militari dell’attuale «status quo» di Taiwan. Ma poiché Trump non ha mai messo mano alla «one China policy», «correggerla» significa proprio rinunciare alla difesa dell’attuale status quo. E questo è anche quanto temono a Taiwan dopo la cena tra il presidente americano e cinese.Secondo molti taiwanesi, gli accordi di vendita alla Cina potrebbero nascondersi tra i capitoli dei nuovi accordi commerciali abbozzati, ma non finalizzati prima del summit di Washington.Le intese, proposte da Pechino e confermate in parte dal Segretario al Tesoro Scott Bessent, prevedono una generosa disponibilità cinese ad acquistare prodotti agricoli americani. Un accordo indispensabile a Trump per garantirsi il voto dei coltivatori del sud. Ma anche un patto con il diavolo. Siglarlo significherebbe cancellare il progetto per la vendita a Taiwan di 14 miliardi di armamenti. E, forse, accettare la correzione in chiave cinese della «one China policy» con conseguente abbandono dell’isola alle mire di Xi. Se così fosse il vertice si chiuderebbe con una netta vittoria di Pechino sul piano strategico e un ulteriore ridimensionamento delle capacità di deterrenza dell’America. Anche perché, nel contempo, Trump sembra ben lontano dall’aver convinto Xi a mettere fine agli aiuti tecnologici e d’intelligence che hanno permesso alla Repubblica Islamica di colpire con precisione le basi americane nel Golfo.Ma tutto questo rappresenterebbe un disastro anche per la piccola Europa ridotta al ruolo di irrilevante osservatore in un mondo dove gli accordi economici messi in piedi sull’asse Washington Pechino possono prevedere dopo la svendita di Taiwan anche quella dell’Ucraina, di Hormuz e di tutti i progetti sull’Indo Pacifico che prima del fatidico quadriennio Trump facevano sognare molti paesi europei. Perché se l’America s’inchina alla Cina e accetta, nel nome dei commerci, un bipolarismo imperfetto allora il mondo intorno ai 27 diventerà sempre più piccolo e più insicuro.

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