Alta stagione di caccia a Israele all’Assemblea Generale dell’Onu, poco di nuovo. L’atmosfera, attendendo il prossimo discorso di Netanyahu, l’ha già creata Mamdani a New York, un tempo la città più ebraica, ora la più antisemita: ha dichiarato ancora di considerarlo un criminale di guerra, e peccato che Trump accanto a lui non abbia reagito. Ma il premio per la bugia più originale va a Emmanuel Macron, seguito con balle consuete da Tayyp Erdgan, Abdullah di Giordania, Lula, dal solito per cui la macelleria del 7 ottobre «non avviene nel vuoto», il segretario Guterres, e, nuovo, dall’ex capo dell’Isis e poi di Al Qaida e presidente della Siria Al Sharaa.
L’ufficio di Netanyahu ha definito con un video le sparate «un coro di pappagalli», ma c’è di più. Sparare a Israele è una carta utile per politici sull’orlo del disastro come Macron, per rais islamici in bilico come Abdullah, per dittatori invisi alla gente come Erdogan, aspirante sultano, amico di Hamas. A usare l’odio contro gli ebrei ci guadagna quanto più vai giù di genocidi, pulizie etniche, territori occupati, coloni cattivi, suprematisti, anzi, messianici. Ma Macron è stato «grottesco» come dice Netanyahu, accusando Israele di infierire su una Giudea e Samaria, dove Hamas, afferma, quasi non esiste. «Peccato» dice l’esperto del Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs colonnello Richard Hirsh «che proprio un giorno prima Hamas avesse compiuto l’ennesimo assassinio uccidendo per strada Nethanel Shakron. Lascia sei creature dai 3 a 15 anni, morendo ha gridato al figlio di fuggire. Dalla Giudea e la Samaria sono usciti migliaia di attacchi, centinaia di terroristi suicidi. L’ultimo ieri. Un palestinese ha lanciato l’auto contro un posto di blocco a Beit Horon, a Ovest di Ramallah, ferendo gravemente un soldato. Il militare è Neryia Leiter, figlio dell’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter. L’assalitore, un uomo di 29 anni, è stato ucciso dall’Idf. Leiter, che ha già visto l’altro figlio Moshe ucciso a Gaza, chiede di «pregare. Ci vuole un miracolo per salvare mio figlio. Noi scegliamo sempre la vita, loro la morte». Nel West Bank il 7 ottobre è approvato dall’80%, Hamas vincerebbe le elezioni e per questo Abu Mazen le ritarda da decenni.
Gli altri speaker non sono da meno: Erdogan rovescia il nazismo su Israele in un tornado di parole, Guterres ripete «pulizia etnica» anche in Cisgiordania, non solo a Gaza; al Sharaa dice a Trump che invece di riconoscere il Golan come parte di Israele faceva bene a dargli il New Jersey, dimentica che il Golan che sovrastala Galilea, Hula, il lago di Tiberiade, serviva da postazione militare a tiranni come Assad per bombardare Israele. Le aggressioni partono solo dal Golan, fino al ’67. Adesso Netanyahu risponderà all’impossibile domanda che chiede conto agli ebrei di esistere, di resistere alla minaccia continua. Trump parla con l’Iran e con i Paesi del Golfo: forse gli consegnerà qualche controllo sul prezzo del petrolio, ma di fatto si ampia la domanda vera su ciò che deve ancora avvenire, lontano dalle chiacchiere dell’Onu, oltre le elezioni.
