washington Alcuni dati per inquadrare il contesto economico nel quale l’amministrazione americana e i Repubblicani si apprestano alla battaglia di midterm. Prima dell’inizio della guerra con l’Iran, l’inflazione era al 2,4%; ora segna il 3,4%. Il prezzo medio di un gallone (3,74 litri) di benzina era 2,98 dollari; attualmente è 4,14 dollari. Il tasso fisso dei mutui trentennali (il riferimento per il mercato immobiliare Usa) era al 5,98%; il dato di ieri indica il 6,71%. Infine, con un debito pubblico che ha ampiamente superato i 40,5 trilioni di dollari, sei mesi fa il rendimento dei titoli del Tesoro a 10 anni era al 3,96%; ora siamo al 4,79%. Perfino Donald Trump deve arrendersi alla realtà dei numeri e alla traiettoria che la sua presidenza ha assunto dopo il 28 febbraio. È per questo che a sorpresa, qualche sera fa, ha convocato alla Casa Bianca oltre una trentina di candidati Repubblicani in bilico (tra Camera, Senato e governatori) per assicurare la sua discesa in campo per il voto di novembre. «Non fatemi venire nei vostri Stati, ma se serve lo farò», ha promesso. Un segnale delle difficoltà, visto che il presidente ha finora centellinato le uscite a carattere elettorale.
La nuova strategia prevede di trasformare il voto di Midterm in un «referendum» su Trump, nella speranza che l’assenza del nome del tycoon sulle schede elettorali venga compensata dalla sua presenza fisica e si ripetano i miracoli del 2016 e 2024. Non è detto che funzioni, fanno notare diversi osservatori: l’indice di approvazione del presidente si aggira intorno al 32-33%, il più basso della sua carriera. Né è detto che i candidati negli Stati al confine col Canada ne siano felici: la nuova guerra commerciale con Ottawa sta penalizzando soprattutto le comunità che dipendono dagli scambi a nord.
L’annuncio di Trump è anche una sconfessione - l’ennesima - dell’appeal del suo vice, JD Vance. Recentemente è toccato a lui girare il Paese per convincere gli elettori delusi e gli indipendenti in fuga. E mentre il leader della maggioranza repubblicana al Senato, John Thune, ammetteva nei giorni scorsi di essere «preoccupato» per la perdita del controllo della Camera Alta (la Camera dei Rappresentanti, stando ai sondaggi, è già data per persa), Vance si affidava all’Altissimo. «Sto facendo il più possibile per Dio e se questo porterà alla fine dei tempi, bene», ha detto al conduttore evangelico Bryce Crawford. Un messaggio affatto rassicurante.
Nel frattempo, sul fronte militare, non si placano le polemiche sul segretario alla Difesa Pete Hegseth, dopo le dimissioni del segretario all’Esercito Dan Driscoll, molto stimato sia a destra che a sinistra. Due senatori repubblicani, Thom Tillis e Don Bacon hanno chiesto il licenziamento del capo del Pentagono: «È un inetto». Ma Hegseth, incurante delle raccomandazioni dei vertici delle forze armate, come rivelato dal Washington Post, ha comunque deciso di estendere il massiccio impiego di truppe e mezzi nel Golfo fino al 2027, lasciando scoperta la presenza militare Usa su altri teatri, a cominciare dall’Indo-Pacifico.
