Le alleanze non si rompono, semmai si rinegoziano. È dentro questa grammatica del potere che va letto l’incontro tra Trump e Zelensky, un faccia a faccia che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrato improbabile e che oggi viene descritto da entrambi con toni quasi cordiali. Il tycoon liquida il vertice con poche parole, calibrate: «È andato molto bene. È stato un grande onore incontrare il presidente ucraino». Zelensky, invece, riempie quel silenzio di contenuti. Rivela di aver chiesto agli Stati Uniti un «pacchetto invernale» d’emergenza: 300 intercettori Patriot per evitare che il prossimo inverno diventi una replica, ancora più devastante, di quello precedente. «Ne abbiamo bisogno ieri», dice, spiegando che le scorte sono ormai quasi esaurite. Sostiene di aver ottenuto da Trump il via libera alle licenze per produrre Patriot, primo passo verso una possibile coproduzione con l’industria americana, coinvolgendo Lockheed Martin e RTX Corporation. Tra i partner forse anche la Polonia. Non a caso, di rientro dagli Usa, ha fatto tappa a Lublino per parlarne con il premier Tusk.Il disgelo tra Trump e Zelensky non nasce però da una ritrovata sintonia personale, ma dalla convergenza di due necessità. L’Ucraina ha bisogno di dimostrare che Washington resta il pilastro della propria sopravvivenza. A Trump serve invece un successo diplomatico da esibire.L’ombra dell’Iran pesa infatti sulla presidenza americana. La crisi mediorientale continua a produrre costi politici e strategici, mentre la promessa trumpiana di chiudere rapidamente i grandi conflitti internazionali resta largamente incompiuta. Anche per questo Zelensky ha impostato la missione di Washington su un messaggio semplice: sostenere l’Ucraina non è un favore a Kiev, ma un investimento nella credibilità degli Usa. E ha affermato anche che gli inviati speciali Usa, Witkoff e Kushner, potrebbero visitare Kiev entro due settimane.Mosca osserva il riavvicinamento. Sergej Lavrov parla di «ultimatum» occidentale, accusa Europa e Usa di voler imporre una tregua solo per guadagnare tempo, denuncia il progetto di una forza multinazionale guidata da Francia e Regno Unito e rilancia affermando: «L’Occidente punta a divedere la Russia La politica internazionale dell’amministrazione Trump si fonda su un realismo transazionale, dove anche i conflitti sono subordinati alle priorità interne. Gli incontri bilaterali con Volodymyr Zelensky e Benjamin Netanyahu lo confermano, mostrando come Donald Trump utilizzi i teatri di crisi per legittimare un’architettura protezionistica globale.La concessione a Kiev delle licenze per la produzione di intercettori Patriot evita il progressivo svuotamento degli arsenali statunitensi, ma il vero fulcro dell’operazione risiede nel via libera alle sanzioni secondarie.Questo impianto, concepito per colpire l’economia russa, offre a Trump la copertura legale per colpire i flussi energetici diretti verso Cina e India. Washington istituzionalizza così un sistema unilaterale di dazi, in una strategia che riduce il rischio di incorrere nelle sanzioni degli organismi multilaterali o in uno stop della Corte Suprema.Persino l’empasse di Hormuz rientra paradossalmente nella stessa logica: accettare un costo limitato per infliggere uno maggiore all’India e alla Cina, due dei principali concorrenti economici. Di conseguenza, i dossier di intelligence israeliani sulla persistente minaccia nucleare iraniana sodall’interno».È anche sul terreno che Kiev sta modificando profondamente la propria strategia. Gli atno accantonati a favore di canali diplomatici e accordi con Teheran anche di breve respiro, che finora hanno più che altro avuto l’effetto di rendere endemica la questione.I partner diventano così clienti e le crisi belliche si trasformano comunque in leve di pressione tariffaria e monetaria. Questo quadro definisce i magri risultati che Zelensky e Netanyahu portano a casa: poco più di una legittimazione spendibile sui rispettivi fronti interni.Per Zelensky serve a rassicurare un’opinione pubblica ucraina logorata sul fatto che Washington non ha abbandonato Kiev; per Netanyahu rappresenta lo scudo politico con cui dimostrare agli elettori di essere l’unico in grado di dialogare con un presidente americano tanto imprevedibile.Nelle presenti circostanze, l’eventuale perdita della Camera a novembre è in fin dei conti un costo accettabile per Trump, ma lo stesso non si può dire di un ritorno alla Casa Bianca nel gennaio del 2029 di un Democratico o di un Repubblicano tradizionalista.Trump ha infatti implementato la sua agenda quasi esclusivamente tramite un grande numero di ordini esecutivi, un’impalcatura di potere fragile che un futuro presidente potrebbe immediatamente smantellare attraverso una nuova serie di ordini esecutivi.tacchi con droni a lungo raggio non puntano più all’esplosione spettacolare, ma al guasto irreparabile. Nelle ultime ore questa strategia si è tradotta in nuovi attacchi contro infrastrutture russe: dalla raffineria Lukoil-Permnefteorgsintez, a oltre 1.500 km dal confine ucraino, fino ai centri logistici di Wildberries a Rjazan, dove un vasto incendio ha provocato il crollo di parte del magazzino. Zelensky rivendica apertamente questa linea: «La Russia deve rendersi conto che ogni giorno di guerra avrà per lei un costo sempre maggiore».Tuttavia, Kiev continua a fare i conti con gravi problemi di corruzione, che ne complicano il percorso verso l’adesione all’Ue.Nella regione di Odessa, un comandante militare è stato scoperto dopo aver impiegato per mesi decine di soldati nella costruzione della sua abitazione privata, utilizzando anche mezzi militari per il trasporto dei materiali edili.
